Le università italiane mettono a bando 38.184 posti per le professioni sanitarie 2026/2027, il 3,6% in più rispetto all’anno precedente. Di questi, 20.672 sono destinati a Infermieristica. Speriamo solo che non manchino, quest’anno, gli studenti. Lo scorso anno le domande sono state inferiori ai posti: non un accesso troppo selettivo, ma una professione che fatica a riempire l’offerta già esistente. E la risposta è stata aumentare ancora i posti: come aggiungere tavoli a un ristorante vuoto, sperando che i clienti tornino per gratitudine istituzionale.
Aumentare i posti è utile a lungo termine, ma nell’immediato serve a poco, senza intervenire su retribuzioni, organizzazione del lavoro e piante organiche, senza sbloccare i rinnovi contrattuali – fermi da otto anni negli ospedali classificati e nelle cliniche accreditate, da quattordici nelle strutture ARIS RSA e AIOP RSA – e senza rivedere le schede sinottiche, che nelle strutture ex articolo 26 della legge 833 del 1978 misurano il minutaggio e non la complessità reale dei pazienti.
Serve anche snellire le procedure concorsuali: non è pensabile che, per partecipare a un bando, si debba ancora pagare il classico bollettino da 5 o 10 euro, seguire la data e il calendario del concorso, superare una prima prova e poi una seconda, attendere la graduatoria, e infine misurarsi con ricorsi, ricorsi al Tar, sospensive, mentre nel frattempo passa più di un anno.
I posti di lavoro, del resto, non sono solo nell’ospedale pubblico della propria città: c’è anche la clinica accreditata, l’ospedale classificato, la struttura sociosanitaria nel proprio paese, o vicino a casa della moglie. A fare la differenza sono casa, famiglia, vivibilità. Un affitto al nord costa oltre metà dello stipendio di un infermiere, e chi lavora su due turni in una struttura ARIS RSA o AIOP RSA, trasferendosi dal sud al nord, non supera i 1.380 euro netti al mese. Un infermiere sposato in Calabria non si trasferirà mai a Milano per 1.800 euro al mese.
Lo scrivo da persona che questa strada l’ha percorsa: ho lavorato a Roma, pagavo l’affitto, e con lo stipendio non riuscivo a mettere nulla da parte. Ho scelto una struttura sociosanitaria vicino a dove avevo già una casa, e lì ho potuto sposarmi e costruire una famiglia.
Le retribuzioni restano il primo elemento, poi l’organizzazione del lavoro e la certezza di riposi e ferie, per dedicare quel tempo alla famiglia. Non dimentichiamo che, se oltre 250mila infermieri lavorano nel pubblico, sono comunque oltre 160mila quelli impiegati nelle strutture accreditate e convenzionate – un dato che la programmazione nazionale continua a trascurare.
Aumentare solo i posti universitari, o guardare al reclutamento dall’estero, non basta: lo dimostra il fatto che alcune Regioni hanno già avviato progetti pilota per formare infermieri arrivati da Argentina e Ghana, con 15mila euro l’anno a testa. Iniziative utili, ma non sufficienti da sole. Forse le regioni con la carenza più marcata potrebbero unire le forze, destinando risorse simili anche a trattenere chi già lavora, e a stimolare la scelta dei nuovi studenti.
Servono poi interventi concreti: l’allineamento delle retribuzioni agli standard europei, oggi inferiori del 30-40% nell’accreditato e nel socio-sanitario, la defiscalizzazione delle indennità infermieristiche e dei turni notturni e festivi, indennità per le aree critiche, la psichiatria e le Rsa, e il buono mensa per chi lavora su tre turni e oltre l’orario di legge.
Serve una revisione straordinaria delle schede sinottiche, basata sulla complessità assistenziale e non sul minutaggio, concorsi più rapidi, e una revisione dei tetti di spesa regionali – lo ha ricordato anche l’adunanza plenaria del Consiglio di Stato, ricordando che le strutture accreditate e socio-sanitarie svolgono un ruolo pubblico. E serve, infine, un rapporto infermiere-paziente sicuro: un infermiere ogni sei o sette pazienti.
Serve anche riconoscere le competenze avanzate: remunerare chi ha un master o una laurea magistrale, potenziare la sanità territoriale, e costruire per i coordinatori percorsi di carriera uguali nel pubblico e nell’accreditato.
Sono passi che restituirebbero senso a ogni posto messo a bando: un lavoro che permetta di mantenere una famiglia, pagare affitto e bollette, mangiare e mantenere a scuola un figlio. Forse è questo, e non un posto in più in un’aula universitaria, ciò che può far scegliere di nuovo a un giovane di diventare infermiere.
Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico
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