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Il tempo che invecchia, il tempo che cura

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Rsa del Trentino con pochi infermieri: stop all'arrivo di nuovi ospiti
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C’è un tempo che nessuna riforma può fermare: è quello che segna, anno dopo anno, l’età media di un intero Paese. In dieci anni l’aspettativa di vita in Italia è cresciuta di oltre due anni, e con essa sono cresciute le persone che convivono ogni giorno con una malattia cronica o degenerativa: demenze, Parkinson, sclerosi laterale amiotrofica, esiti di ictus, fratture di femore, artrosi che toglie, un gesto alla volta, la capacità di vestirsi, lavarsi, mangiare, raggiungere da soli un bagno. Dietro ogni numero c’è un volto, una famiglia che si interroga ogni sera su chi si prenderà cura di chi ama.

In questo tempo che invecchia la riabilitazione resta una delle risposte più efficaci e, insieme, più sottovalutate: cicli terapeutici che costano poco, ma che restituiscono autonomia e riducono le complicanze. Eppure gli investimenti non hanno seguito questa evidenza: le rette delle strutture sociosanitarie sono ferme dal 2012, mentre i Drg, appena adeguati dal Governo, attendono ancora il recepimento delle Regioni, non tutte con le stesse risorse.

È l’articolo 8-sexies del Decreto legislativo 502 del 1992 a stabilire che le tariffe siano definite in base al costo standard di produzione, di cui il personale può arrivare a rappresentare fino all’80%: se le rette non si adeguano, a essere messa a rischio è anche la possibilità di rinnovare i contratti. Questo sottofinanziamento si traduce in liste d’attesa interminabili e in una carenza di infermieri, fisioterapisti, logopedisti e medici che attraversa ospedali, cliniche accreditate e residenze per anziani.

Il rapporto Gimbe descrive da tempo un Servizio sanitario nazionale segnato da fragilità molteplici: burocrazia, frammentazione tra territori, disuguaglianza nell’accesso alle cure. La pandemia le ha rese visibili a tutti, accelerando un dibattito sulle riforme strutturali che ancora oggi cerca risposte compiute.

Non mancano segnali di attenzione. Il piano triennale del ministero della Salute, presentato nella primavera del 2025, punta su prevenzione, riduzione delle disuguaglianze, valorizzazione del personale. Manca ancora un tassello decisivo: l’investimento nei posti letto delle residenze sociosanitarie, spesso collocate nelle aree interne, dove per molti cittadini rappresentano l’unico presidio sanitario rimasto.

Il bivio, allora, non è tra pubblico e privato, tra ospedale e territorio: è tra continuare a rincorrere l’emergenza o scegliere finalmente la prevenzione e la continuità di cura come architettura del sistema. Lo ha ricordato di recente anche l’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato, con la sentenza n. 6 del 2026 sui tetti di spesa: anche le strutture private accreditate e convenzionate svolgono a tutti gli effetti un ruolo pubblico.

Quell’architettura passa anche dai centri di riabilitazione, dalle residenze per anziani, dalle strutture sociosanitarie nate con l’articolo 26 della legge 833 del 1978: presìdi che vivono, ogni giorno, la distanza tra il valore che producono e il riconoscimento economico che ricevono. I contratti delle strutture ARIS e AIOP sono fermi da otto anni, quelli di ARIS RSA e AIOP RSA da quattordici: rinnovarli non è solo una questione salariale, ma la condizione per fermare il dumping contrattuale e trattenere chi tiene aperti questi presìdi.

I prossimi anni diranno se avremo saputo cogliere questo tempo. Non come un costo da contenere, ma come un investimento nello sviluppo sociale ed economico del Paese: adeguare le retribuzioni, aggiornare le tecnologie, trasformare i piani in atti concreti. Solo una visione condivisa tra sanità pubblica, sanità accreditata e strutture sociosanitarie potrà garantire, a ogni cittadino, cure di qualità indipendentemente dal luogo in cui è nato o dalla condizione in cui vive.

Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico

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