Gli aumenti medi lordi non risolvono la crisi salariale di infermieri, oss e professioni sanitarie. Le priorità economiche del prossimo rinnovo.
La firma di una pre-intesa può rappresentare un atto di responsabilità. Trasformarla automaticamente nella prova della bontà del Contratto è però un’operazione molto più discutibile. Il Ccnl Sanità 2025-2027, sottoscritto il 29 luglio 2026 all’Aran, contiene alcune tutele normative utili e arriva mentre il triennio contrattuale è ancora in corso. Ma sul terreno decisivo, quello economico, non realizza la svolta che infermieri, operatori socio-sanitari e professionisti della salute attendono da anni.
L’Aran indica un incremento medio complessivo a regime di 209 euro lordi mensili, pari al 7,76%, includendo anche le risorse extracontrattuali. Per il personale infermieristico la media sale a 240 euro lordi al mese. Gli arretrati medi, calcolati al 31 ottobre 2026, sono stimati in 1.226 euro per il comparto e 2.300 euro per gli infermieri. Il Ccnl interessa 592.638 dipendenti del Servizio sanitario nazionale.
Sono cifre che non devono essere sminuite, soprattutto per chi affronta ogni mese bollette, mutui e un costo della vita crescente. Ma devono essere lette per quello che sono: importi medi, lordi e non uniformi, destinati a produrre effetti differenti in base al profilo, all’area di inquadramento, alle indennità percepite e alla posizione economica individuale.
I 240 euro annunciati per gli infermieri non sono 240 euro netti e non costituiscono un incremento identico per tutti. Analogamente, i 209 euro del comparto non rappresentano l’aumento automaticamente riconosciuto a ogni oss, tecnico sanitario, fisioterapista, logopedista, dietista, assistente sanitario o tecnico della prevenzione.
Un aumento non è automaticamente una valorizzazione
Il punto non è stabilire se sia meglio ricevere gli aumenti oppure rinunciarvi. Il punto è comprendere se queste risorse siano sufficienti a rendere il lavoro sanitario italiano competitivo, attrattivo e proporzionato alle responsabilità esercitate. La risposta, osservando i dati internazionali, è negativa.
Secondo l’Ocse, nel 2023 la retribuzione degli infermieri ospedalieri era mediamente superiore del 20% rispetto allo stipendio medio dei lavoratori nei Paesi aderenti. L’Italia figura invece, insieme a pochi altri Stati, tra i Paesi nei quali gli infermieri guadagnano meno del lavoratore medio. Tra il 2019 e il 2023, inoltre, la retribuzione infermieristica italiana è diminuita in termini reali di oltre l’1% medio annuo.
Anche il rapporto Health at a Glance: Europe 2024 evidenziava che, mentre nell’Unione Europea gli infermieri ospedalieri guadagnavano mediamente circa il 20% in più rispetto alla retribuzione nazionale media, in Italia il vantaggio salariale risultava assente. Il confronto tiene conto anche delle differenze nel costo della vita e conferma un problema strutturale, non una semplice percezione dei lavoratori.
Alla luce di questi dati, sostenere che il Ccnl risolva la questione salariale appare francamente eccessivo. Può attenuare una perdita, ma non cancella il ritardo. Può proteggere parzialmente il reddito nel triennio, ma non recupera automaticamente gli anni di erosione precedente. Soprattutto non avvicina in misura decisiva l’Italia ai Paesi europei che riescono ad attrarre e trattenere professionisti sanitari.
“Superare l’inflazione” non significa recuperare tutto ciò che è stato perso
La Fp Cgil ha rivendicato aumenti superiori all’inflazione attesa del triennio e una clausola di garanzia per verificare eventuali scostamenti futuri. La Cisl ha definito la pre-intesa motivo di “grande soddisfazione”, sottolineando la rapidità con cui si è concluso il negoziato e i miglioramenti economici e normativi introdotti.
La tempestività dei rinnovi è certamente un risultato positivo. Un contratto firmato durante il proprio periodo di vigenza evita che gli aumenti arrivino quando sono già stati divorati dal costo della vita. Ma la velocità della firma non misura la qualità economica dell’accordo.
Affermare che gli aumenti superino l’inflazione prevista per il 2025-2027 non risponde alla domanda fondamentale: quanto potere d’acquisto hanno già perso i lavoratori della sanità negli anni precedenti? E quanto manca ancora per allineare le retribuzioni italiane a quelle europee?
Un incremento può superare l’inflazione futura e, nello stesso tempo, lasciare irrecuperato il danno accumulato nel passato. È esattamente questo il rischio del nuovo Ccnl: consolidare una posizione salariale arretrata, limitandosi a impedirne un ulteriore peggioramento.
Per questo le espressioni trionfalistiche appaiono fuori misura. Un sindacato può legittimamente firmare per rendere disponibili le risorse. Dovrebbe però evitare di presentare come piena valorizzazione ciò che, nei numeri, resta una compensazione parziale.
Infermieri: responsabilità europee, stipendi ancora italiani
Gli infermieri italiani gestiscono pazienti sempre più anziani e complessi, coordinano percorsi assistenziali, garantiscono continuità nelle 24 ore, operano nell’emergenza, nei reparti ad alta intensità, nell’assistenza domiciliare e nella sanità territoriale.
Eppure l’Italia dispone di 6,9 infermieri in attività ogni mille abitanti, contro una media Ocse di 9,2. Nel settore dell’assistenza a lungo termine si contano appena 1,5 lavoratori ogni cento persone con almeno 65 anni, rispetto a una media Ocse di 5.
Meno personale significa più carichi di lavoro, più straordinari, maggiori difficoltà nella fruizione delle ferie e crescente rischio di abbandono. In questo contesto, un aumento medio lordo di 240 euro non può essere descritto come il riequilibrio definitivo della professione.
Il nuovo Ccnl migliora l’indennità di specificità infermieristica e introduce tutele importanti durante le ferie. Tuttavia, continua a mancare una strategia pluriennale capace di attribuire agli infermieri una retribuzione coerente con formazione universitaria, autonomia, responsabilità professionale, rischio clinico e ruolo organizzativo.
Resta senza una disciplina contrattuale realmente autonoma anche l’infermiere di famiglia e di comunità, figura chiamata a sostenere case della comunità, cronicità, prevenzione e continuità assistenziale. Il sindacato Nursing Up aveva denunciato durante la trattativa l’assenza di un inquadramento specifico per un professionista centrale nella riforma territoriale.
Oss: indispensabili nell’assistenza, ancora troppo poco valorizzati
Gli operatori socio-sanitari (oss) rappresentano una componente essenziale dell’assistenza quotidiana. Supportano le persone non autosufficienti, collaborano con gli infermieri, garantiscono igiene, mobilizzazione, alimentazione, comfort e osservazione dei bisogni di base.
È opportuno ricordare che gli oss non appartengono alle professioni sanitarie ordinistiche al pari di infermieri, ostetriche, tecnici sanitari o professionisti della riabilitazione. Sono però lavoratori dell’area socio-sanitaria, senza i quali ospedali, Rsa, strutture territoriali e servizi domiciliari non potrebbero funzionare.
Il contratto non offre agli oss un salto economico proporzionato alla crescente complessità del lavoro. L’aumento medio del comparto non elimina salari di partenza modesti, turnazioni gravose, esposizione alle aggressioni e frequenti sovraccarichi assistenziali.
Nel 2025, secondo il ministero della Salute, gli infermieri hanno rappresentato il 55% degli operatori coinvolti nelle aggressioni segnalate, mentre gli oss hanno costituito l’11%. Sono dati che mostrano quanto entrambe le categorie lavorino in prima linea e condividano una crescente esposizione al disagio organizzativo.
Valorizzare gli oss non significa attribuire loro competenze infermieristiche né utilizzarli per coprire impropriamente le carenze di personale. Significa riconoscerne il ruolo, finanziare la formazione, costruire progressioni professionali credibili e remunerare turni, notti, festivi e condizioni di particolare gravosità.
Le altre professioni sanitarie non possono restare sullo sfondo
Il Ssn non è composto soltanto da medici e infermieri. Ne fanno parte ostetriche, tecnici sanitari di radiologia medica e di laboratorio biomedico, fisioterapisti, logopedisti, dietisti, terapisti occupazionali, tecnici della riabilitazione psichiatrica, assistenti sanitari, tecnici della prevenzione e numerose altre professioni con percorsi universitari, responsabilità autonome e competenze specialistiche. Il ministero della Salute distingue formalmente le aree infermieristica, ostetrica, tecnico-sanitaria, riabilitativa e della prevenzione.
Per molte di queste figure il nuovo Ccnl non introduce una vera svolta retributiva. Le indennità specifiche restano frammentate, i percorsi di carriera dipendono spesso dalle disponibilità aziendali e gli incarichi rischiano di trasformarsi in opportunità teoriche anziché in riconoscimenti effettivamente accessibili.
Non è sufficiente dichiarare che tutte le professioni hanno pari dignità. Occorre differenziare il salario in base a formazione, responsabilità, complessità, esposizione al rischio, scarsità delle competenze e difficoltà di reclutamento. L’equità non consiste nel distribuire poco a tutti. Consiste nel riconoscere adeguatamente il valore reale di ciascun lavoro.
Sindacati firmatari: responsabilità sì, celebrazione no
Le organizzazioni firmatarie hanno ottenuto miglioramenti normativi reali: ferie senza penalizzazione economica, nuove disposizioni sul diritto allo studio, protezione dopo le aggressioni, regolazione dell’intelligenza artificiale, aggiornamento degli incarichi e maggiori tutele nella conciliazione vita-lavoro. Questi risultati vanno riconosciuti.
Ma proprio perché i sindacati rappresentano lavoratori sottoposti a carichi crescenti, dovrebbero adottare una comunicazione più prudente sulla parte economica. La parola “soddisfazione” rischia di essere percepita come distante dalle corsie, dai servizi territoriali e dalle buste paga reali.
Il sindacato Nursind, pur firmando, ha parlato di passi economici limitati, ha contestato la penalizzazione del personale di pronto soccorso e ha denunciato l’assenza di risorse aggiuntive per i turnisti. La Fials, appena una settimana prima della firma, aveva avvertito che senza risorse adeguate e senza un diritto effettivo alla mensa il contratto non avrebbe risposto alle attese dei professionisti.
Queste valutazioni critiche sono più aderenti alla realtà di qualsiasi narrazione celebrativa. Il Ccnl può essere considerato un passaggio utile, ma non un contratto economicamente risolutivo.
Le priorità del prossimo Ccnl Sanità
Un fondo nazionale per il riequilibrio europeo – Il prossimo rinnovo dovrà partire da un fondo aggiuntivo, finanziato dalla fiscalità generale e non sottratto ai fondi aziendali esistenti, destinato a ridurre progressivamente il divario retributivo con i principali Paesi europei. Non una tantum, bonus o indennità temporanee, ma risorse strutturali inserite nel trattamento fondamentale.
Recupero integrale dell’inflazione – La clausola di verifica non basta. Occorre prevedere un meccanismo automatico che, in caso di scostamento tra inflazione prevista e reale, riapra la parte economica e finanzi gli adeguamenti. Il rischio, altrimenti, è limitarsi a constatare la perdita senza disporre delle risorse per recuperarla.
Turni, notti e festivi devono valere di più – Chi garantisce assistenza nelle 24 ore non può continuare a ricevere indennità sproporzionate rispetto al sacrificio personale e familiare. Serve un aumento consistente delle maggiorazioni notturne e festive, la detassazione delle relative voci e il superamento delle esclusioni che penalizzano il personale di Pronto soccorso già destinatario di altre indennità.
Un riconoscimento specifico per gli oss – Il prossimo Ccnl dovrà definire una valorizzazione economica e professionale autonoma per gli operatori socio-sanitari, con progressioni, formazione continua, maggiorazioni per i contesti ad alta complessità e una chiara delimitazione delle competenze. Gli oss non possono essere considerati manodopera assistenziale a basso costo né utilizzati come sostituti impropri delle professioni sanitarie.
Carriere cliniche vere per le professioni sanitarie – Lauree magistrali, master specialistici, competenze avanzate e responsabilità clinico-organizzative devono tradursi in percorsi di carriera nazionali e finanziati. Gli incarichi non possono dipendere esclusivamente dalle risorse residue delle aziende o dalla cessazione di altri dipendenti. Ciò genera disuguaglianze territoriali e rende il diritto alla crescita professionale una lotteria.
Infermiere di famiglia e specialisti clinici – Il prossimo Ccnl dovrà riconoscere in modo specifico l’infermiere di famiglia e di comunità e le nuove competenze specialistiche infermieristiche. Non si può costruire la sanità territoriale affidando nuove responsabilità a professionisti inquadrati e retribuiti come se nulla fosse cambiato.
Mensa, buoni pasto e salario accessorio – Il diritto al pasto durante il turno deve essere uniforme e realmente esigibile. Occorre inoltre superare i vincoli che comprimono il salario accessorio e definire livelli minimi nazionali per evitare che la stessa attività venga remunerata diversamente a seconda dell’azienda o della regione.
Un contratto da applicare, non da mitizzare
Il Ccnl Sanità 2025-2027 contiene avanzamenti che devono essere applicati rapidamente e senza interpretazioni restrittive. Ma la sua firma non autorizza a considerare chiusa la questione economica. Infermieri, oss e professionisti sanitari non chiedono riconoscimenti simbolici. Chiedono salari capaci di trattenere personale nel Ssn, rendere nuovamente attrattive le professioni, compensare responsabilità e disagio, sostenere una vita dignitosa.
Firmare può essere stata una scelta pragmatica. Presentare questo Contratto come pienamente soddisfacente è un’altra cosa. Il divario europeo non è stato colmato. La crisi di attrattività non è stata risolta. I turnisti restano penalizzati, gli oss attendono una vera valorizzazione e molte professioni sanitarie continuano a vedere riconosciute nuove responsabilità senza un corrispondente salto salariale.
Il prossimo Ccnl non potrà limitarsi a distribuire le risorse disponibili. Dovrà pretendere dalla politica risorse nuove e strutturali. Perché, senza investimenti sul personale, non esiste innovazione organizzativa, non esiste sanità territoriale e, soprattutto, non esiste futuro per il Servizio sanitario nazionale.
Redazione Nurse Times
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