Leggere che quasi nove laureati su dieci nelle professioni sanitarie trovano lavoro entro un anno sembra una notizia destinata a rassicurare studenti, famiglie e istituzioni.
In un Paese in cui molti giovani affrontano anni di precarietà prima di ottenere un’occupazione stabile, sapere che un infermiere entra rapidamente nel mondo del lavoro appare quasi come la dimostrazione che il sistema funziona. Ma è davvero così? Oppure stiamo confondendo un sintomo della crisi con un indicatore di salute? Perché un’occupazione vicina al 90% può raccontare due storie completamente diverse. Può significare che una professione è attrattiva, ben valorizzata e capace di generare opportunità. Oppure può semplicemente significare che mancano così tanti professionisti da assumere praticamente chiunque sia disponibile. E tra queste due interpretazioni c’è una differenza enorme.
Da anni il Servizio sanitario nazionale vive una carenza strutturale di personale infermieristico. I pensionamenti aumentano, la popolazione invecchia, cresce la domanda di assistenza, si sviluppano nuovi servizi territoriali e il fabbisogno continua ad allargarsi. In questo contesto sarebbe quasi sorprendente il contrario, cioè che un infermiere facesse fatica a trovare lavoro. La vera domanda, quindi, non è quanto velocemente venga assunto, ma in quali condizioni inizi a lavorare e, soprattutto, quanto a lungo decida di rimanere nel sistema. Perché trovare lavoro non coincide automaticamente con costruire una carriera soddisfacente. Un conto è essere scelti perché una professione offre prospettive di crescita, riconoscimento e qualità della vita; un altro è essere assunti perché il sistema non ha alternative e deve riempire turni che nessuno vuole più coprire.
Ed è qui che la narrazione rischia di diventare fuorviante.
Da anni utilizziamo il tasso di occupazione come uno dei principali argomenti per promuovere l’infermieristica tra i giovani. “Troverai lavoro subito” è ormai diventato quasi uno slogan. Ma siamo sicuri che sia il messaggio giusto? Un ragazzo di diciannove anni oggi non sceglie soltanto in base alla probabilità di trovare un impiego. Si chiede anche quale sarà la qualità della sua vita tra dieci anni, quali possibilità di crescita avrà, se potrà conciliare lavoro e famiglia, se sarà valorizzato professionalmente e socialmente, se avrà opportunità di ricerca, specializzazione e sviluppo di carriera. Continuare a vendere una professione esclusivamente perché garantisce un’occupazione rapida significa ammettere, forse inconsapevolmente, di avere pochi altri argomenti da offrire.
Questo è il limite di molta comunicazione istituzionale.
Si celebrano i numeri senza interrogarsi sul loro significato. Si dice che gli infermieri trovano lavoro subito, ma molto meno spesso si racconta quanti decidano di lasciare il Servizio sanitario dopo pochi anni, quanti scelgano l’estero, quanti abbandonino il settore pubblico o addirittura la professione. Si misura l’ingresso nel mercato del lavoro, ma raramente la permanenza. Eppure è proprio lì che si gioca il futuro del Servizio sanitario nazionale. Perché il problema non è assumere un neolaureato. Il problema è fare in modo che, dopo dieci o quindici anni, abbia ancora voglia di fare l’infermiere nello stesso sistema che oggi lo accoglie con tanta rapidità.
Forse dovremmo iniziare a cambiare anche il modo in cui valutiamo il successo delle professioni sanitarie.
Il vero indicatore non dovrebbe essere quanto tempo serve per trovare il primo contratto, ma quanto il sistema riesca a trattenere i suoi professionisti, a farli crescere, a valorizzarne le competenze e a renderli protagonisti dell’innovazione organizzativa. Perché un’occupazione al 90% può essere una splendida notizia, ma può anche essere il campanello d’allarme di un sistema che assume velocemente perché ha smesso da tempo di riuscire a trattenere chi ha già formato. E se continuiamo a confondere questi due fenomeni, rischiamo di festeggiare proprio ciò che dovrebbe preoccuparci di più.
Guido Gabriele
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