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Tra oss e infermiere c’è un patto invisibile: quando si spezza, a cadere è il paziente

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Il racconto di un’oss, Dorita, svela il valore della collaborazione quotidiana con gli infermieri: rispetto, fiducia e lavoro di squadra possono fare la differenza nella sicurezza e nella qualità dell’assistenza.

Faccio l’oss da anni. E ogni turno inizia nello stesso modo: con un respiro profondo. Basta guardare gli infermieri per capire già come andrà la giornata. Se c’è stanchezza, se c’è affiatamento, se oggi saremo solo colleghi o se saremo squadra. Il rapporto tra oss e infermiere è fatto di gesti che nessuno scrive nei protocolli.

È l’infermiere che entra in stanza e vede che ho appena finito di lavare la signora Maria. Non dice nulla. Prende il catetere e lo sistema, dà un’occhiata alla terapia, alle medicazioni. Così io posso finire di rimettere in ordine il letto. È rispetto per il mio lavoro: mi consente di completare ciò che ho iniziato e, insieme, l’assistenza diventa impeccabile.

È quando sono in bagno con un paziente che ha bisogno di aiuto. Sento un campanello e inizio a sudare freddo. Penso: “Devo essere qui, ma dovrei andare anche lì”. Poi, da fuori, una voce dice: “Tranquilla, ci penso io!”. Non servono spiegazioni. Ha visto. Ha capito. Sa quanto è importante ciò che sto facendo.

Professionalmente siamo diversi, e deve restare così. L’infermiere ha la responsabilità clinica, la terapia, la valutazione. Ha studiato anni per portare quel peso. Io ho la cura della persona nella sua quotidianità: l’igiene, l’alimentazione, la mobilizzazione, l’ascolto quando il dolore non dà tregua.

Quando rispettiamo questi confini, succede una cosa magica: ci completiamo. Io sono le sue mani quando lui ha la testa piena di parametri e scadenze. Lui è la mia sicurezza quando ho un dubbio e ho paura di sbagliare.

Dire “questo è di tua competenza” non è alzare un muro. È dire “mi fido che tu lo faccia meglio di me, perché è il tuo lavoro”. E ricevere in cambio un “appena finisco vengo ad aiutarti a girarlo” è dire “vedo il tuo lavoro e lo rispetto. Non puoi farlo da sola, puoi farti male alla schiena”.

Ma il punto che fa la differenza è l’umano. È lunedì, sono le 11, con sette dimissioni e otto ingressi insieme. Tu stai impazzendo con le valigie i letti da rifare e i parenti. L’infermiere molla per un attimo il computer, viene in stanza e inizia a sistemare i letti con te. Non parla, ti sorride. È vicinanza.

È quando tuo figlio ha la febbre e al mattino hai le occhiaie a terra. Lui ti blocca prima che tu parta a razzo: “Se oggi devi uscire prima per il pediatra dimmelo, ci organizziamo”. Non sei più solo un numero in turno. È quando è uscito il caffè ma tu ancora non puoi sederti due minuti, e lui ti prende per mano per portarti alla sedia: “Fermati un attimo, stai con noi”. Sono 30 secondi. Ma ti senti vista.

Ho vissuto anche reparti dove questo non c’era. Dove l’oss era trasparente. Dove l’infermiere ti chiamava per ogni cosa, anche solo per cercare qualcosa in magazzino o nel carrello che aveva a due passi. Lì il turno era lungo il doppio. Perché lavorare così stanca più che alzare dieci pazienti. Ti senti solo. E in sanità la solitudine precede l’errore.

Oggi sono fortunata. Nel mio reparto esiste un codice non scritto: ci si guarda. Se vedo l’infermiere che impazzisce con le dimissioni, non aspetto che me lo chieda: inizio a preparare i pazienti in uscita. Se lui mi vede che ho tre campanelli accesi, molla la cartella e viene a spegnerli con me. Non è straordinario. Dovrebbe essere la normalità. Ma quando succede, il reparto cambia odore. Non sa più di disinfettante e fretta. Sa di casa.

E poi c’è quel momento. La fine del turno. Siamo tutti distrutti. Divise stropicciate, capelli legati male, il trucco sciolto. L’infermiere si sfila i guanti, mi passa accanto e dice: “Grazie”.
È una piccola parola che arriva dritto al cuore. Esprime riconoscimento professionale: “il tuo lavoro ha tenuto in piedi il mio”. C’è il riconoscimento umano: “Ti ho vista, non sei stata invisibile”.

L’infermiera che mi scrive un messaggio dopo aver lasciato il reparto “Dori, scusa, non sono riuscita a salutarti” mi ha fatto capire quanto è importante un gesto a cui non facciamo neppure caso. Non lo sai che è importante fino a quando qualcuno non te lo fa notare. Quel “grazie” te lo porti a casa. Quell’attenzione in più cambia le carte in tavola. La giornata è stata un disastro, lo stress, mille cose da organizzare e fare, ma tu sei importante.

Se sai questo, il giorno dopo hai voglia di tornare. Anche se sai che sarà dura. Perché alla fine, tra noi due, c’è sempre il letto. E la cura è una corsa a staffetta. L’infermiere corre il suo tratto, l’oss corre il suo. Ma se non ci guardiamo quando ci passiamo il testimone, il paziente cade. Domani, guardiamoci. Passiamoci quel testimone con cura. Tra le nostre mani c’è una vita.

DORITA Caliandro oss, P.O. Valle D’Itria

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