Qualche giorno fa mi scrive un collega. Non un neo-laureato. Non uno che ha appena scoperto la durezza della professione. Mi scrive un professionista con una laurea magistrale, anni di esperienza alle spalle, rianimazione, medicina, ortopedia, soccorso in mare, pubblico e privato.
Uno di quelli che, sulla carta, dovrebbero rappresentare il modello di crescita che da anni raccontiamo agli studenti universitari. Il messaggio è lungo. Lo leggo una volta. Poi una seconda. Poi una terza. Perché dentro non c’è rabbia, c’è qualcosa di peggio. C’è disillusione.
Da alcuni mesi lavora in pronto soccorso. Mi racconta di turni massacranti, di colleghi esausti, di una sensazione costante di rincorrere problemi, senza riuscire mai a raggiungerli. Mi racconta che dopo dieci ore torna a casa barcollando. Non usa questo verbo per fare effetto. Lo usa perché è quello che descrive meglio la realtà.
Poi arriva la frase che mi colpisce più di tutte. Non parla dello stipendio. Non parla dei turni. Non parla nemmeno della carenza di personale. Parla della sua laurea magistrale, dei corsi frequentati, delle competenze accumulate negli anni. E si chiede a cosa siano serviti.
È una domanda che dovrebbe inquietare tutti. Per anni abbiamo raccontato agli infermieri che studiare fosse la strada giusta. Abbiamo parlato di competenze avanzate, di sviluppo professionale, di crescita culturale della professione. Abbiamo spinto migliaia di colleghi a investire tempo, denaro ed energie nella formazione.
Poi, però, molti di loro entrano nelle organizzazioni e scoprono una verità molto meno romantica. Che spesso una competenza in più pesa meno di un turno scoperto. Che una laurea magistrale non cambia il ruolo. Che un master non cambia il percorso professionale. Che la formazione viene celebrata nei convegni, ma ignorata nei reparti.
Alla fine il rischio è che il sistema sanitario faccia una cosa pericolosissima: trasformare l’ambizione professionale in una delusione permanente. Perché un infermiere stanco può ancora resistere. Un infermiere arrabbiato può ancora combattere. Ma un infermiere che smette di credere nel valore di ciò che ha costruito è un professionista che il sistema ha già iniziato a perdere.
Ed è forse questo il problema più grave della sanità italiana. Non la carenza di infermieri. Ma la capacità di consumare anche quelli che hanno ancora voglia di restare.
Guido Gabriele Antonio
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