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La trappola della vocazione: una bugia che tiene in piedi la sanità

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Fare il medico o l’infermiere è una missione. Ci vuole vocazione. Questa è, probabilmente, la più grande bugia mai raccontata nella sanità. Perché chi lavora in sanità incontra ogni giorno la sofferenza. Fisica. Psichica. Reale. Si prende cura delle persone, e non è un dettaglio. È uno dei beni più profondi, universali, decisivi che esistano.

Servono competenze. Serve preparazione. Serve capacità di stare dentro la relazione umana. Tutto vero. Ma tutto questo che cosa c’entra con la vocazione? Perché la parola “vocazione” non è neutra. Non è innocente. Un missionario è qualcuno che sacrifica sé stesso. Che non ha limiti. Che ha una disponibilità totale, illimitata, verso gli altri.

E allora la domanda è semplice: davvero vogliamo che i professionisti sanitari siano questo? Perché se la risposta è sì, allora dobbiamo essere onesti fino in fondo. Stiamo chiedendo a qualcuno di annullarsi. E questa non è etica. È una costruzione ideologica. Una costruzione tossica.

Perché la retorica della vocazione fa una cosa molto precisa: sposta il problema. Non è più l’organizzazione che non funziona. Non è più la governance che sbaglia. Non è più il sistema che non regge. No. Se qualcosa va storto, il problema diventa morale. Non sei abbastanza motivato. Non sei abbastanza dedicato. Non hai abbastanza vocazione.

E così si costruisce un cortocircuito perfetto. Da una parte la dedizione, la competenza, la capacità di stare nella sofferenza. Dall’altra i diritti. Tempo. Condizioni di lavoro. Retribuzione. Come se fossero due poli opposti. Come se chiedere condizioni dignitose fosse in contrasto con l’essere un buon professionista.

Non lo è. È esattamente il contrario. Perché senza riconoscimento, quella disponibilità si consuma. Si logora. Si trasforma. E alla fine corrode la persona. E quando le persone si consumano, il sistema non regge. Non è una questione etica. È strutturale. Senza condizioni di lavoro adeguate, la sanità non si regge. Non migliora. Non evolve. Crolla.

E allora forse il punto non è chiedere più vocazione. Forse è smettere di usarla come scusa. Perché finché continueremo a raccontare che questa è una missione, continueremo a giustificare tutto ciò che missione non è. E a pagarlo, alla fine, non saranno solo i professionisti. Sarà tutto il sistema.

Guido Gabriele Antonio

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