Un giovane infermiere mi scrive. Mi dice che sbaglio. Che me la prendo troppo con le istituzioni, con la politica, con chi decide. Che dovrei iniziare a prendermela con gli infermieri stessi. Perché, secondo lui, sono proprio gli infermieri che stanno uccidendo la professione.
È una tesi forte. E per questo merita una risposta seria. No, non sono d’accordo. Ma il punto non è difendere la categoria a prescindere. Il punto è capire dove sta davvero il problema. Perché, se si sbaglia bersaglio, si perde anche la soluzione.
Partiamo da un dato semplice. Gli infermieri hanno lottato per avere una laurea. E oggi? Osteopati, fisioterapisti e altre professioni si firmano “dottore”. L’infermiere, spesso, no. Sembra un dettaglio. Non lo è. È il segnale di una professione che ha conquistato un titolo, ma non il riconoscimento che dovrebbe seguirlo.
Poi c’è il tema dello stipendio. E qui non serve inventarsi nulla. Responsabilità crescenti. Competenze sempre più complesse. Retribuzioni che restano indietro. Non è una lamentela. È una fotografia.
Ma anche questo, da solo, non basta a spiegare tutto. Perché il vero problema è un altro:
la totale assenza di valorizzazione. Competenze che non vengono utilizzate. Percorsi che non hanno seguito. Ruoli che restano sulla carta. È come costruire professionisti sempre più preparati, senza poi sapere cosa farne.
E qui iniziano le responsabilità di sistema. La formazione accademica, ad esempio. Curriculum pieni di master, titoli, certificazioni. Ma spesso scollegati dalla pratica reale. Dal tirocinio. Dalla realtà dei reparti. Come se la crescita fosse diventata accumulo. E non sviluppo.
Poi ci sono i mass media. Sempre pronti a raccontare la mala sanità. Sempre pronti a trovare un colpevole. E quando serve, quel colpevole diventa l’infermiere. È più semplice. Più immediato. Più vendibile. E intanto il sistema resta sullo sfondo.
E poi, sì, arriviamo anche a una verità scomoda. Ci sono infermieri che si fermano. Che non credono più nella crescita. Che vedono l’aumento di responsabilità solo come un problema, a meno che non sia economico. E questa è forse la parte più preoccupante. Non per la categoria, ma per il sistema.
Perché quando una professione smette di voler crescere, non è perché ha perso valore. È perché ha perso fiducia. Fiducia nel fatto che crescere serva davvero. Fiducia nel fatto che impegnarsi porti a qualcosa.
E allora torniamo al punto iniziale. Sono gli infermieri a rovinare la professione? No. Ma sono dentro un sistema che non li valorizza, non li riconosce, non li trattiene. Un sistema in cui crescere non sempre conviene. In cui formarsi non sempre serve. In cui migliorare non sempre cambia qualcosa.
E in un contesto così il rischio è uno solo. Che la professione non venga distrutta dall’interno. Ma che, lentamente, smetta di crederci anche chi la vive ogni giorno. E quando succede questo, il problema non è più degli infermieri. È di tutto il sistema che li circonda.
Guido Gabriele Antonio
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