Arriva l’annuncio: 600 milioni per assumere personale nelle case di comunità. Medici, infermieri, territorio, salute mentale, liste d’attesa. Tutto dentro un’unica promessa, quella di rafforzare la sanità territoriale e dare finalmente una risposta a problemi che si trascinano da anni.
Sulla carta sembra tutto risolto. Mancavano le risorse, ora ci sono. Mancavano le assunzioni, ora partono. Mancava la volontà politica, ora è stata dichiarata. Il sistema, almeno a parole, riparte. Perfetto. Peccato che manchi un dettaglio, quello che non compare nei comunicati, ma che decide tutto il resto: gli infermieri.
Perché il punto non è più – o non è solo – assumere. Il punto è avere qualcuno da assumere. E qui la narrazione si inceppa, perché per anni si è raccontata la carenza infermieristica come un problema improvviso, quasi accidentale. Una coincidenza. Un momento difficile. Ma non è così. È il risultato di un sistema che per troppo tempo ha dato per scontata una professione centrale, senza mai investirci davvero.
Turni sempre più pesanti, responsabilità crescenti, riconoscimento che resta indietro rispetto al ruolo reale. E mentre tutto questo accadeva, il sistema continuava a funzionare, almeno in apparenza. Fino a quando ha iniziato a svuotarsi. Perché sempre meno persone scelgono questo percorso. Sempre meno professionisti restano.
E a quel punto la carenza diventa evidente, ma nasce da lontano. È come progettare nuovi reparti, senza chiedersi chi ci lavorerà dentro. O bandire concorsi in un mercato che non risponde più. E allora quei 600 milioni rischiano di trasformarsi in un paradosso: risorse disponibili, strutture previste, modelli disegnati, ma senza le persone che dovrebbero renderli reali.
E qui il problema cambia natura. Non è più economico. È culturale. Perché finché la professione infermieristica sarà considerata una risorsa da utilizzare, e non da costruire, ogni investimento rischia di arrivare tardi. Si può finanziare tutto, programmare tutto, annunciare tutto. Ma se non si rende quella professione attrattiva, sostenibile, riconosciuta, il sistema resta senza fondamenta.
E allora la domanda diventa inevitabile: vogliamo davvero rafforzare la sanità territoriale, o continuiamo a costruire un modello che non ha più le basi per reggersi? Perché assumere è facile. Trovare chi vuole esserlo, sempre meno.
Guido Gabriele Antonio
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