Home Specializzazioni Infermiere dell’Emergenza Gestione del rischio psicologico nel sistema di emergenza-urgenza: il benessere degli operatori al centro. La survey AIES
Infermiere dell’EmergenzaNT NewsSpecializzazioni

Gestione del rischio psicologico nel sistema di emergenza-urgenza: il benessere degli operatori al centro. La survey AIES

Condividi
Condividi

Nel sistema dell’emergenza-urgenza il benessere psicologico degli operatori rappresenta una dimensione tanto cruciale quanto ancora troppo spesso trascurata. Medici, infermieri, soccorritori e tecnici del 118 operano quotidianamente in contesti ad alta intensità, dove il tempo decisionale è minimo, l’esposizione a eventi critici è costante e il peso delle scelte si concentra in pochi secondi.

Ogni intervento può lasciare una traccia: se da un lato si è altamente preparati ad attivarsi e intervenire, dall’altro esistono ancora poche strategie strutturate per “uscire” dall’evento e chiuderlo sul piano emotivo. Questo è il motivo per cui l’Accademia Italiana Emergenza Sanitaria (AIES) ha deciso di proporre una survey nazionale agli operatori di emergenza-urgenza, dai medici fino ai semplici volontari del soccorso, per esplorare il fenomeno. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Maria Chiara Pavesi, rappresentante Profilo Psicologi di AIES, chiedendole quale sia l’impatto del fenomeno sugli operatori di emergenza?

“I dati scientifici sono chiari – dice Pavesi -. Una revisione sistematica ha stimato una prevalenza di disturbo post-traumatico da stress (PTSD) pari all’11% tra il personale delle ambulanze, con depressione e ansia entrambe intorno al 15% e un disagio psicologico complessivo che raggiunge il 27% (Petrie et al., 2018). Evidenze più recenti indicano una prevalenza globale di PTSD tra i first responders del 14,3%, con un trend in aumento negli ultimi anni (Martínez & Blanch, 2024). Questi numeri descrivono una realtà caratterizzata da esposizione cronica allo stress operativo e da un carico emotivo spesso non elaborato”.

E ancora: “Dietro ogni percentuale c’è un professionista che continua a svolgere il proprio lavoro senza spazi strutturati di decompressione. Il ritorno a casa dopo un turno complesso raramente è accompagnato da momenti di rielaborazione, e ancora più raramente ci si concede di chiedersi: ‘Come sto davvero?’. A prevalere sono spesso chiusura, adattamento e una certa difficoltà a riconoscere, prima ancora che esprimere, il proprio stato emotivo”.

Sempre la appresentante Profilo Psicologi di AIES: “Nonostante la crescente attenzione, il supporto psicologico in Italia resta disomogeneo. Persistono barriere culturali, come l’idea che la resistenza allo stress sia parte integrante del ruolo, e limiti organizzativi, tra cui carichi di lavoro elevati e scarsa accessibilità ai servizi di supporto. La letteratura evidenzia come le condizioni lavorative e la mancanza di supporto da parte dei supervisori rappresentino fattori di rischio significativi (Wagner et al., 2020). In questo contesto molte forme di disagio rimangono sommerse, con ricadute nel tempo sulla qualità di vita e sulla tenuta professionale.

Prosegue Pavesi: “Il modello italiano (Storti, 2010) si è storicamente sviluppato secondo un approccio reattivo: si interviene dopo l’evento critico, su richiesta individuale, con il coinvolgimento di professionisti esterni e strumenti centrati sul trattamento del trauma. È un modello necessario, ma che da solo non è sufficiente a intercettare precocemente il disagio. Nei contesti internazionali si sta invece consolidando un approccio proattivo, che agisce prima e durante l’esposizione allo stress. Il supporto psicologico viene integrato nei team attraverso figure dedicate o pari formati, e si concentra sul potenziamento delle risorse individuali: resilienza, gestione dello stress, prevenzione dello stress traumatico (CISM)”.

Il cambiamento è anche culturale: “Dalla logica del ‘chiedi aiuto se stai male’ a quella del ‘allenarsi a gestire lo stress è parte del lavoro’ (Pavesi., 2025). Questo favorisce maggiore accessibilità, riduce lo stigma e rende il benessere psicologico una competenza professionale. Anche in Italia emergono segnali di evoluzione. In questa direzione si inserisce l’iniziativa di AIES, che proprio attraverso questa survey intende  esplorare carico emotivo, resilienza e accesso al supporto psicologico dedicato agli operatori”.

Aggiunge Pavesi: “Il questionario, anonimo e compilabile in pochi minuti, rappresenta uno strumento concreto per raccogliere dati e trasformare l’esperienza quotidiana in indicazioni operative. I risultati saranno restituiti alla comunità professionale con l’obiettivo di sviluppare proposte concrete: miglioramenti organizzativi, percorsi formativi e strumenti di prevenzione realmente aderenti ai bisogni del settore”.

Conclusione affidata al dottor Roberto Romano, presidente AIES: “Lo scopo di questa survey è chiaro: mappare il disagio, comprenderlo e poi cercare, tutti insieme, le soluzioni per affrontarlo. A questo scopo, per rendere la penetrazione della survey il più capillare possibile, abbiamo richiesto patrocinio e collaborazione a enti e società scientifiche di area. Riteniamo che visti i numeri espressi dalla dottoressa Pavesi, che i primi risultati, ancora embrionali confermano, anche in maniera peggiorativa, non ci sia più tempo da perdere. Anche questo ha molto a che fare con l’abbandono delle professioni, soprattutto nell’area dell’emergenza urgenza”.

Partecipare alla survey AIES, dunque, significa contribuire a costruire una cultura del benessere più consapevole e strutturata. Perché, senza ascolto, non può esserci cambiamento.

Clicca QUI per partecipare alla survey AIES.

Redazione Nurse Times

Articoli correlati

Condividi

Lascia un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *