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Suicidio assistito, gip di Milano archivia inchieste su Marco Cappato: “Malato terminale ha diritto a morte dignitosa”

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La gip di Milano, Sara Cipolla, accogliendo la richiesta della Procura e sulla base di una recente sentenza della Corte Costituzionale sul fine vita (2025), ha disposto l’archiviazione delle inchieste per aiuto al suicidio nei confronti di Marco Cappato (foto), tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni.

Cappato si era autodenunciato nel 2022 per avere accompagnato alla clinica Dignitas di Zurigo prima la signora Elena, 69enne veneta malata terminale di cancro, e poi Romano, 82 anni, ex giornalista e pubblicitario, affetto da una forma grave di Parkinson. Scopo del viaggio, in entrambi i casi, il suicidio assistito.

La gip ha riconosciuto che nei due casi il trattamento di sostegno vitale era “accanimento terapeutico”, precisando che il tema “giuridicamente rilevante non è il riconoscimento del diritto alla morte, ma a una morte dignitosa”. E aggiungendo che già la legge sul consenso informato del 2017 offre “un riferimento normativo a cui agganciare i margini di liceità dell’aiuto al suicidio”.

Tale legge sancisce ad esempio il “diritto all’autodeterminazione terapeutica” e il “divieto di ostinazione irragionevole nelle cure (quando inutili e sproporzionate)”, individuando “come oggetto di tutela da parte dello Stato della dignità nella fase finale della vita”. Ma nei due casi per cui è stata disposta l’archiviazione per Cappato, il “portato rilevante” è dettato dalla pronuncia della Consulta del 2025, oltre che dalle sentenze precedenti del 2019 e 2024. Fermo restando che a fare da apripista è sempre stata la vicenda di Eluana Englaro.

L’ultimo provvedimento della Corte Costituzionale, infatti, “aggiunge un ulteriore tassello” alla definizione di una delle quattro condizioni per il fine vita. In particolare, ha chiarito che il sostegno vitale non significa solo essere attaccati a un “macchinario”, ma anche essere sottoposti a un trattamento alternativo “medicalmente previsto e prospettato” (come un nuovo ciclo di chemioterapia o la Peg), che Elena e Romano hanno rifiutato in quanto “inutile” ed espressione di quell’accanimento terapeutico da loro “non ritenuto dignitoso”.

Redazione Nurse Times

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