La metafora del castello medievale proposta qualche giorno fa da Gabriele Antonio Guido su Nurse Times colpisce per la sua apparente semplicità, ma soprattutto per la sua potenza simbolica: torri, mura, ponti levatoi, confini da difendere, poteri da preservare, spazi da controllare. È un’immagine che non descrive soltanto un confronto sulle competenze, ma rivela un modo di pensare che, lungi dall’appartenere al passato, continua a riaffacciarsi nel dibattito contemporaneo con tutta la sua sterile rigidità.
La sanità, oggi, a tutti i livelli, dovrebbe rappresentare un valore condiviso per i pazienti e per il sistema, generato attraverso la collaborazione. Eppure, ogni volta che una professione prova a crescere, a definire nuovi ambiti di responsabilità, a proporre modelli più evoluti, emerge spesso una reazione difensiva, non sempre esplicita ma riconoscibile. Anche noi dietisti conosciamo questa dinamica: la incontriamo quando parliamo di presa in carico dietetico-nutrizionale, di integrazione nei percorsi clinici e di continuità assistenziale.
In questo ambito, anche per noi dietisti, non è più sufficiente lavorare in parallelo. È necessario integrare saperi, linguaggi, responsabilità e strumenti decisionali: la sanità contemporanea richiede il superamento della mera multidisciplinarietà a favore di una transdisciplinarità concreta, i cui esiti non producono conflitto, ma integrazione; non generano frammentazione, ma continuità; non alimentano competizione, ma cooperazione qualificata.
È così che la fiducia, fondata sulla competenza, diventa più solida di qualsiasi muro, ponte levatoio o confine.
Da qualche giorno leggiamo che quel sistema sembrerebbe voler aprire le sue porte senza però consegnare davvero le chiavi, come in un castello che abbassa il ponte levatoio, continuando però a custodirne il meccanismo.
Una modalità che potrebbe apparire rassicurante nel breve periodo, ma che – a nostro parere – rischia, nel tempo, di frenare lo sviluppo di un’autentica, consapevole e matura co-responsabilità professionale, fondata sulla fiducia reciproca e sulla competenza riconosciuta e certificata.
La prescrizione — nel nostro caso quella dietistica — non rappresenta infatti un gesto tecnico isolato, bensì una funzione professionale fondata su competenze scientifiche specifiche, valutazione e responsabilità, che contribuisce in modo strutturale alla qualità delle cure.
Non possiamo a tal riguardo ignorare come, in altri contesti europei, questo “viaggio” sia già stato intrapreso e sviluppato con coraggio e visione strategica e sistemica, ad esempio dalla British Dietetic Association (BDA). Nel Regno Unito, infatti, i dietisti prescrittori sono professionisti che, al termine di percorsi formativi specifici e rigorosi, possono prescrivere (ad esempio ONS, formule per NE, AFMS, prodotti per disfagia, enzimi pancreatici, supplementi vitaminici e minerali, et similia) all’interno di piani di gestione clinica concordata.
Non si tratta di un privilegio formale, ma di un percorso strutturato di formazione certificata, con criteri di accesso che richiedono esperienza clinica avanzata, valutazioni stringenti e verifica delle competenze acquisite.
L’implementazione di questo modello ha determinato risultati rilevanti a livello clinico, organizzativo e gestionale per quel sistema sanitario:
- incremento dell’appropriatezza degli interventi dietetico-nutrizionali;
- razionalizzazione dei processi assistenziali e riduzione delle inefficienze organizzative;
- miglioramento degli indicatori di esperienza, soddisfazione e continuità delle cure per il paziente;
- rafforzamento della soddisfazione professionale, dell’autonomia responsabile e della percezione di competenza.
Tanto che oggi, proprio grazie ai risultati conseguiti, è in corso una riflessione più avanzata sulla prescrizione indipendente, come espressione di autonomia professionale e di piena titolarità funzionale. Questo modello dimostra quindi come l’evoluzione delle competenze, se accompagnata da formazione strutturata, valutazione rigorosa e accountability, non indebolisca il sistema, bensì lo rafforzi, migliorandone efficacia, integrazione e sicurezza.
Alla luce di questa esperienza, considerare percorsi analoghi anche nel contesto italiano significa allora riflettere su come coniugare certezza normativa, qualità delle cure e transdisciplinarità, senza rinunciare a nulla di ciò che va nella direzione di tutelare la salute dei cittadini.
In definitiva, la maturità professionale si misura anche nella capacità di governare il cambiamento, senza subirlo. Oggi la nostra sfida non è quella di chiedere di entrare nel castello, bensì di contribuire a costruire una sanità senza mura, fatta di dialogo, di rispetto reciproco e di competenze che si incontrano, anche grazie al ruolo di indirizzo scientifico, culturale e istituzionale svolto da ASAND, per promuovere un’evoluzione fondata sulla responsabilità condivisa e sul superamento delle logiche di contrapposizione. In un panorama segnato dalla complessità, le semplificazioni possono apparire attraenti, ma è necessario non dimenticare che proprio l’approfondimento rappresenta la forma più alta di rispetto nei confronti del paziente.
Stefania Vezzosi* ed Ersilia Troiano**
* Coordinatrice del Gruppo a valenza strategica Salute, qualità e sicurezza dell’assistenza dietetico-nutrizionale ASAND (Associazione Scientifica Alimentazione, Nutrizione e Dietetica)
** Presidente ASAND
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