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Santiago Therapy: perché il Cammino (e il film di Zalone) dimostra che camminare cambia davvero il cervello

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Dal grande schermo alla vita reale, il Cammino di Santiago torna al centro dell’attenzione grazie a Buen camino, il nuovo film di Checco Zalone. Dietro la comicità e la satira, però, si nasconde una domanda molto concreta: perché migliaia di persone descrivono questa esperienza come un vero “reset” mentale e fisico?

Il pellegrinaggio più famoso d’Europa non è soltanto un rito spirituale. È un laboratorio a cielo aperto dove si intrecciano neuroscienze, storia, psicologia sociale e biologia del movimento. Ecco sette aspetti – scientifici e storici – che aiutano a capire perché mettersi in cammino può trasformare profondamente chi lo percorre.

Un viaggio che dura da oltre mille anni

Le vie jacobee nascono nel IX secolo, dopo il ritrovamento della presunta tomba di San Giacomo a Santiago de Compostela. Da allora il Cammino ha attraversato il Medioevo, le crisi e le rinascite europee, mantenendo una continuità unica grazie a infrastrutture, ospitalità e culture condivise. Oggi è un fenomeno globale: nel 2025 oltre mezzo milione di pellegrini ha raggiunto Santiago richiedendo la Compostela, confermando una crescita costante.

Camminare insieme sincronizza il cervello

Procedere fianco a fianco favorisce un processo chiamato entrainment: i movimenti ritmici condivisi tendono ad allineare l’attività cerebrale. Studi in ambito neuroscientifico mostrano che questa sincronizzazione stimola endorfine e ossitocina, riducendo la percezione dell’io individuale e facilitando legami rapidi e profondi. È uno dei motivi per cui sul Cammino le relazioni nascono con sorprendente naturalezza.

La conchiglia: un antico “documento multifunzione”

La celebre conchiglia di capasanta (Pecten maximus), simbolo del pellegrino, non era solo decorativa. Nel Medioevo fungeva da recipiente standard per bere e, soprattutto, da segno giuridico. Indossarla garantiva una forma di protezione legale: molestare un pellegrino riconosciuto significava esporsi a severe sanzioni religiose. Un vero lasciapassare ante litteram.

Il ritorno e lo shock della semplicità perduta

L’antropologo Victor Turner definiva il Cammino uno spazio di “liminalità”, una sospensione temporanea delle gerarchie sociali. Al rientro, molte persone sperimentano disagio di fronte alla frenesia urbana e all’eccesso di stimoli. Il cervello, abituato all’essenziale, fatica a riadattarsi: è il prezzo (e il valore) di una ricalibrazione delle priorità.

Seguire le stelle migliora il ritmo biologico

Il nome Compostela oscilla tra mito e filologia: dal suggestivo Campus Stellae al più realistico Compostum, legato a un’antica necropoli romana. Resta però un dato concreto: camminare verso Ovest seguendo la Via Lattea aiuta a riallineare il ritmo circadiano. L’esposizione alla luce naturale e la regolarità del passo hanno effetti misurabili su sonno e umore.

Il movimento stimola la creatività

Ricerche condotte alla Stanford University dimostrano che camminare può aumentare la produzione di idee creative fino al 60%. Il ritmo costante disattiva l’attenzione iper-focalizzata e attiva il Default Mode Network, la rete cerebrale associata all’introspezione e al pensiero divergente. Non è raro che sul Cammino emergano intuizioni e decisioni rimandate da anni.

“Buen camino”: un rituale che genera fiducia

Il saluto che accompagna ogni incontro tra pellegrini non è solo cortesia. Secondo le teorie dell’interazione rituale, scambi ripetuti e prevedibili abbassano le difese sociali e i livelli di stress. Il risultato è una micro-comunità fondata sulla cooperazione più che sulla competizione, rara nella vita quotidiana.

Un diploma che valeva una seconda possibilità

Nel Medioevo la Compostela aveva anche valore legale. Documenti d’archivio attestano che completare il pellegrinaggio poteva comportare la riduzione o l’annullamento di pene civili. Era una forma primitiva di giustizia riparativa: il viaggio come prova di trasformazione personale e reintegrazione sociale.

Anna Arnone 

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