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Quando aumentare gli stipendi diventa un’eccezione (e non la regola)

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L’accordo siglato al San Raffaele sugli aumenti degli stipendi per gli infermieri è, senza dubbio, una buona notizia. Lo è per chi lavora lì. Lo è per chi da anni sostiene che il lavoro infermieristico non può essere riconosciuto solo a parole. Lo è, soprattutto, perché dimostra una cosa semplice: pagare meglio è possibile.

Ed è proprio qui che nasce il problema. Perché se un grande polo privato riesce a trovare risorse, spazi contrattuali e margini organizzativi per aumentare gli stipendi, allora la narrazione secondo cui “non si può fare” inizia a mostrare crepe evidenti. Non invalicabili. Evidenti.

Il punto non è il San Raffaele. Il punto è ciò che il San Raffaele rende visibile. In Italia convivono due messaggi opposti: da un lato si parla di carenza infermieristica, fuga, crisi vocazionale; dall’altro, quando qualcuno investe davvero sul lavoro, si scopre che l’attrattività torna immediatamente ad aumentare. È un corto circuito che non può più essere ignorato.

Nel pubblico, l’aumento di stipendio è spesso raccontato come un evento straordinario, una concessione, quasi un sacrificio del sistema. Nel privato, diventa invece una leva di competitività. Non un premio. Una strategia. Ed è qui che la riflessione si fa scomoda: se pagare meglio trattiene e attrae, perché continuiamo a considerarlo un tabù?

Forse perché riconoscere davvero il valore economico del lavoro infermieristico significherebbe ammettere che il problema non è la mancanza di infermieri, ma le condizioni che offriamo loro. E questa è una verità che mette in crisi interi assetti organizzativi.

L’accordo del San Raffaele, allora, non è solo un contratto migliorativo. È uno specchio. Mostra che quando il lavoro diventa sostenibile, non servono campagne motivazionali, retorica sulla vocazione o richiami all’eroismo. Le persone restano. E scelgono.

La domanda che dovrebbe accompagnare questa notizia non è se il privato stia facendo meglio del pubblico. La domanda è un’altra, molto più semplice e molto più scomoda: se funziona lì, perché non dovrebbe funzionare ovunque?

Forse è arrivato il momento di smettere di considerare gli aumenti stipendiali come un’eccezione virtuosa e iniziare a trattarli per ciò che sono: una condizione minima di equilibrio. Perché un sistema sanitario che regge solo finché qualcuno accetta di essere pagato meno di quanto vale non è sostenibile. È solo rimandato.

Guido Gabriele Antonio

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