In Puglia scoppia la polemica per la nomina di un medico a capo della commissione di un concorso per OSS. Gli infermieri chiedono la modifica della delibera.
La notizia è tecnica, apparentemente circoscritta, ma il significato che porta con sé è molto più ampio.
Perché il punto non è il singolo nome, né la legittimità formale dell’atto.
Il punto è il messaggio culturale e professionale che una scelta del genere trasmette.
In un sistema sanitario che a parole parla di multiprofessionalità, valorizzazione delle competenze e autonomia dei ruoli, affidare la guida di una commissione per una figura assistenziale a una professione diversa da quella che governa quotidianamente quei processi non è una svista.
È una visione. Una visione secondo cui alcune professioni restano naturalmente “sovraordinate”, anche quando il contesto non lo richiede.
Non per competenza specifica, ma per abitudine.
Ed è qui che il problema smette di essere amministrativo e diventa sistemico.
Gli infermieri non contestano il ruolo dei medici.
Contestano un modello in cui, ancora una volta, la responsabilità organizzativa non segue la competenza professionale, ma una gerarchia implicita che sopravvive più per inerzia che per logica.
In un sistema maturo, la guida di un concorso dovrebbe rispondere a una domanda semplice: chi conosce davvero quel profilo, le sue funzioni, i suoi limiti e le sue responsabilità operative?
Se si parla di OSS, il riferimento naturale è chi con gli OSS lavora, li coordina, li integra nell’assistenza quotidiana.
Non per rivendicazione corporativa, ma per coerenza funzionale. Qui si innesta una riflessione più ampia.
Ogni volta che una professione viene esclusa dai luoghi decisionali che la riguardano, il danno non è solo simbolico. È pratico.
Perché si indebolisce il senso di responsabilità, si svuota l’autonomia, si alimenta la percezione di essere sempre esecutori e raramente costruttori del sistema.
La soluzione non è uno scontro tra professioni. La soluzione è allineare ruoli, competenze e responsabilità.
Se si vuole davvero parlare di sanità moderna, allora:
- le commissioni devono essere guidate da chi conosce i processi
- le decisioni devono riflettere le competenze reali
- la multiprofessionalità deve essere cooperazione, non sovrapposizione
Altrimenti il rischio è quello di continuare a chiedere maturità a un sistema che, nei fatti, resta ancorato a logiche del passato.
Questa vicenda pugliese non riguarda solo un concorso. Riguarda chi ha voce nei luoghi dove si decide il lavoro degli altri.
E forse è arrivato il momento di smettere di chiederci se un atto sia formalmente corretto e iniziare a chiederci se sia culturalmente giusto.
Perché la sanità non cambia solo con le leggi.
Cambia con le scelte quotidiane che dicono, senza bisogno di dichiarazioni ufficiali, chi conta davvero.
Guido Gabriele Antonio
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