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Curare con la parola: l’arte della comunicazione strategica nelle cure complementari infermieristiche

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Raffaella Martini: Infermiera specializzata in Infermieristica Legale e Forense e in Counseling e Coaching Strategico (Nardone Model)
Libera professionista – Novara (Italia)

Abstract

Introduzione: Le cure complementari (CAM) stanno acquisendo crescente riconoscimento nel panorama sanitario. L’efficacia di questi approcci non risiede solo nelle tecniche, ma nella qualità della relazione terapeutica che li sostiene. La comunicazione emerge come strumento fondamentale attraverso cui l’infermiere costruisce l’alleanza terapeutica, decodifica bisogni impliciti e trasforma ogni gesto di cura in un messaggio terapeutico.

Obiettivo: Delineare il ruolo della comunicazione strategica nell’integrazione delle CAM e valorizzare la figura dell’infermiere specializzato in Counseling e Coaching Strategico, evidenziandone il contributo cruciale come facilitatore del cambiamento, capace di costruire alleanze terapeutiche attraverso l’uso performativo della comunicazione e l’applicazione dei principi della Pragmatica della Comunicazione Umana e del Problem Solving Strategico.

Metodi: Revisione narrativa della letteratura (2016–2025) attraverso l’analisi di banche dati scientifiche, percorsi formativi e framework delle competenze professionali.

Risultati: L’efficacia delle CAM dipende dalla qualità della relazione terapeutica. L’infermiere Counselor Coach Strategico, padroneggiando la comunicazione come strumento di lavoro, costruisce alleanze basate sulla fiducia, decodifica bisogni impliciti e utilizza la parola come intervento terapeutico. Applicando i principi della Pragmatica della Comunicazione, trasforma l’integrazione delle CAM in un processo relazionale consapevole ed efficace.

Conclusioni: Le CAM offrono l’opportunità di evolvere verso un modello olistico dove la comunicazione strategica unisce tecnica e umanità. Valorizzare la comunicazione come competenza tecnico-operativa significa riconoscere che parola, silenzio e gesto sono essi stessi interventi terapeutici, restituendo all’assistenza infermieristica la sua natura di arte relazionale.

Parole chiave: Cure complementari; Comunicazione strategica; Pragmatica della comunicazione; Infermieristica; Coaching strategico; Counseling; Relazione terapeutica; Umanizzazione delle cure.

Introduzione

Le cure complementari (Complementary and Alternative Medicine – CAM) rappresentano oggi un’area di crescente interesse per cittadini e professionisti della salute. Secondo l’OMS, le CAM comprendono sistemi, pratiche e prodotti non tradizionalmente parte della medicina convenzionale, ma utilizzati insieme o in alternativa ad essa. Nel contesto italiano, la domanda di approcci più olistici si accompagna a un rinnovato bisogno di umanizzazione delle cure.

La professione infermieristica, per sua natura orientata alla persona nella sua globalità, si trova in una posizione privilegiata per favorire l’incontro tra scienza, relazione e benessere. In questo quadro, l’infermiere di oggi non è più soltanto un esecutore tecnico, ma un facilitatore di processi di salute, un educatore e un coordinatore di percorsi assistenziali complessi.

L’efficacia dell’integrazione delle CAM non può prescindere dall’utilizzo della comunicazione come vero e proprio strumento di lavoro. Essa non rappresenta un semplice corredo relazionale, ma una competenza trasversale indispensabile per costruire l’alleanza terapeutica e decodificare i bisogni impliciti dell’assistito. Facendo riferimento ai postulati della Pragmatica della Comunicazione Umana, emerge chiaramente come ogni interazione infermieristica possieda un valore di “messaggio” che influenza direttamente il comportamento e la percezione di chi riceve cura. Se si accetta il principio che “non si può non comunicare”, allora ogni gesto, silenzio o parola nell’applicazione delle cure complementari diventa un intervento attivo sulla realtà vissuta dall’assistito.

L’infermiere utilizza quindi la comunicazione in modo performativo per validare l’esperienza soggettiva dell’assistito oltre il sintomo biologico, agendo simultaneamente sulla dimensione analogica per infondere sicurezza e modulare gli stati d’ansia. Questo approccio permette di superare la modalità comunicativa meramente prescrittiva a favore di una dimensione negoziale e facilitante, capace di stimolare nell’assistito una nuova consapevolezza verso il proprio benessere. Considerare la comunicazione come uno strumento tecnico-operativo consente di colmare il divario tra l’esattezza del dato bio-medico e la complessità della cura olistica; la parola e l’interazione diventano esse stesse “cura”, strumenti in grado di ristrutturare le percezioni dell’assistito e di massimizzare i benefici derivanti dalle pratiche complementari. 

Definizione e contesto delle cure complementari

Le cure complementari non costituiscono un blocco monolitico, ma un ecosistema eterogeneo di saperi. Secondo il National Center for Complementary and Integrative Health (NCCIH), è essenziale distinguere tra approccio “complementare” (utilizzato insieme alla medicina convenzionale) e “alternativo” (utilizzato in sostituzione di essa). La letteratura scientifica più recente preferisce oggi il termine Medicina Integrativa, definita come un approccio che “combina la medicina convenzionale con terapie complementari basate sull’evidenza, trattando la persona nella sua interezza — mente, corpo e spirito — all’interno della sua comunità”.

Questi interventi possono essere classificati in macro-aree distinte:

  • Sistemi di cura completi: come la Medicina Tradizionale Cinese o l’Ayurveda.
  • Pratiche Mente-Corpo: tra cui Yoga, Mindfulness e Meditazione, che mirano a potenziare la capacità della mente di influenzare le funzioni corporee.
  • Pratiche a base biologica: che utilizzano sostanze presenti in natura come la fitoterapia e l’aromaterapia.
  • Terapie Manuali ed Energetiche: come la riflessologia plantare o il massaggio terapeutico, focalizzate sulle strutture fisiche o sui campi energetici dell’organismo.

A livello internazionale, la validazione di queste pratiche è in costante ascesa. Numerosi studi documentano effetti significativi nella gestione della sintomatologia aspecifica: dalla riduzione del dolore cronico attraverso le tecniche di rilassamento, al miglioramento della qualità del sonno e alla mitigazione dello stress psicofisico in contesti ad alta intensità di cure.

In Italia, questa evidenza ha trovato riscontro in percorsi di istituzionalizzazione regionale. Alcune realtà, in particolare in Toscana ed Emilia-Romagna, hanno formalizzato protocolli integrativi nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), specialmente in ambiti fragili come l’oncologia (per il controllo degli effetti collaterali della chemioterapia), la geriatria e le cure palliative, dove l’obiettivo primario è il miglioramento della qualità della vita residua.

Per l’infermiere, l’acquisizione di competenze nelle CAM non rappresenta solo un ampliamento del proprio bagaglio tecnico, ma si configura come un vero e proprio strumento di empowerment professionale ed etico.

Il Codice Deontologico e il profilo professionale delineano un professionista che non può ignorare le scelte di salute dell’assistito. Conoscere le CAM significa, infatti, esercitare una funzione di vigilanza attiva:

  1. Valutazione della Sicurezza: Identificare potenziali interazioni farmacologiche (particolarmente critiche in fitoterapia) e prevenire l’abbandono di terapie convenzionali essenziali.
  2. Educazione e Scelta Informata: Fornire all’assistito gli strumenti critici per distinguere tra pratiche basate sull’evidenza e pseudoscienze pericolose, agendo come un filtro qualificato tra le informazioni frammentate del web e la realtà clinica.
  3. Advocacy: Sostenere il diritto dell’assistito a percorsi di cura personalizzati, integrando le preferenze individuali in un piano assistenziale coerente e sicuro.

In questa prospettiva, la conoscenza delle cure complementari trasforma l’infermiere in un consulente esperto, capace di tradurre il bisogno di salute dell’assistito in una strategia terapeutica integrata, dove la sicurezza del dato scientifico si sposa con il rispetto della visione olistica della persona.

Evidenze scientifiche e formazione infermieristica

L’analisi della letteratura scientifica dell’ultimo decennio (2016-2025) delinea un panorama in cui le cure complementari non sono più considerate semplici “pratiche di conforto”, ma veri e propri interventi assistenziali misurabili e standardizzabili. La ricerca infermieristica internazionale ha compiuto un salto di qualità, passando da studi puramente descrittivi a revisioni sistematiche e meta-analisi che ne confermano l’efficacia clinica.

L’evidenza scientifica attuale permette di mappare i benefici delle CAM secondo diverse direttrici cliniche, consolidando il ruolo dell’infermiere come promotore di salute:

Gli studi sulla Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR) e sullo Yoga hanno dimostrato una doppia valenza: da un lato riducono il burnout e migliorano la sleep quality degli operatori sanitari, dall’altro potenziano la resilienza degli assistiti cronici. La letteratura sottolinea come un operatore meno stressato sia in grado di agire una comunicazione più efficace e sicura.

L’aromaterapia (in particolare l’uso di oli essenziali di lavanda e zenzero) e la riflessologia plantare sono ampiamente documentate per il loro impatto sulla riduzione della nausea anticipatoria e del dolore procedurale. In questo ambito, la ricerca evidenzia come l’approccio complementare aumenti la percezione di “human care”, riducendo il senso di oggettivazione dell’assistito oncologico.

Il tocco e la musicoterapia non agiscono solo sul piano fisiologico (modulazione del cortisolo e delle endorfine), ma operano una vera e propria “ristrutturazione dell’ambiente di degenza”. La percezione di accoglienza nelle unità di terapia intensiva o nelle degenze ordinarie risulta significativamente incrementata quando l’infermiere integra il tocco terapeutico nelle routine assistenziali.

L’utilizzo di tecniche respiratorie e della distrazione guidata ha mostrato di poter ridurre l’uso di farmaci ansiolitici nel pre-operatorio, favorendo un recupero funzionale più rapido e una gestione del dolore post-operatorio più efficace.

Nonostante la robustezza delle evidenze, il contesto accademico italiano mostra una resistenza strutturale. La carenza formativa rappresenta oggi il principale ostacolo all’implementazione delle CAM secondo i criteri della Evidence-Based Nursing (EBN). Se l’infermiere non riceve una preparazione specifica durante il percorso di laurea, il rischio è duplice: da una parte l’integrazione di pratiche basate sul “sentito dire” (prive di rigore scientifico), dall’altra un atteggiamento di scetticismo pregiudiziale che impedisce di accogliere le istanze di benessere dell’assistito.

Un approccio formativo moderno dovrebbe invece mirare a una sintesi tra scienza e pragmatica: non basta conoscere la tecnica (il “cosa”), occorre padroneggiare la metodologia clinica e la capacità comunicativa (il “come”) per inserire la CAM in un Piano di Assistenza Individualizzato (PAI).

Valorizzare l’infermiere come ponte tra la medicina convenzionale e le cure complementari significa riconoscergli una funzione di garante metodologico. In assenza di una formazione strutturata, l’assistito tende a ricercare risposte fuori dal circuito sanitario ufficiale, esponendosi a rischi di disinformazione. L’infermiere formato, invece, diventa l’interlocutore capace di validare il desiderio di benessere globale del cittadino, riconducendolo all’interno di una cornice di sicurezza, etica e appropriatezza clinica.

Il D.M. 739/1994: il profilo dell’infermiere e l’evoluzione dei suoi ruoli

Il Decreto Ministeriale n. 739 del 14 settembre 1994 definisce l’infermiere come professionista sanitario responsabile dell’assistenza infermieristica generale, che è di natura tecnica, relazionale, educativa e preventiva, rivolta alla persona, alla famiglia e alla collettività in ogni fase della vita.

Secondo il decreto, l’infermiere:

  • partecipa all’identificazione dei bisogni di salute;
  • formula obiettivi e valuta risultati;
  • garantisce informazione e educazione sanitaria;
  • partecipa alla formazione e alla ricerca;
  • collabora con gli altri professionisti per un’assistenza integrata e continua.

Il D.M. 739/1994, ancora oggi fondamento della professione, sottolinea che l’infermiere non è mero esecutore, ma professionista autonomo, in grado di prendersi carico della persona in modo globale.

Le cure complementari trovano in questa cornice un campo di applicazione naturale:
  • come strumento educativo, per promuovere stili di vita salutari e consapevoli;
  • come mezzo preventivo, per ridurre stress, ansia e dolore;
  • come veicolo relazionale, per instaurare un contatto empatico e terapeutico;
  • come ambito formativo e di ricerca, per sperimentare nuovi modelli di assistenza.

In questo senso, l’integrazione delle CAM non contrasta con la normativa vigente, ma ne rappresenta una evoluzione coerente, in cui il sapere tecnico si fonde con la competenza comunicativa e la visione sistemica del benessere.

Il burnout rappresenta oggi una delle sfide più significative per i professionisti sanitari, in particolare per gli infermieri, costantemente esposti a situazioni di stress emotivo, carico assistenziale elevato, responsabilità crescenti e, talvolta, a una scarsa valorizzazione del proprio ruolo.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2019, ha ufficialmente riconosciuto il burnout come una sindrome legata allo stress lavorativo cronico non gestito con successo, descrivendolo come una condizione caratterizzata da tre dimensioni principali:
  • esaurimento emotivo e fisico;
  • cinismo o distacco mentale dal proprio lavoro;
  • ridotta efficacia professionale.

In ambito infermieristico, i livelli di burnout sono particolarmente preoccupanti. Secondo recenti studi internazionali, oltre il 30% degli infermieri riporta sintomi riconducibili a uno stato di burnout, con conseguenze rilevanti sulla salute personale, sulla qualità dell’assistenza e sulla tenuta complessiva dei sistemi sanitari.

Tra i principali fattori di rischio si identificano:

  • turni prolungati e lavoro notturno;
  • gestione del dolore e della sofferenza dei pazienti;
  • conflitti interprofessionali;
  • mancanza di supporto organizzativo e leadership inefficace;
  • scarsa formazione sulla gestione dello stress e dell’emotività nel lavoro di cura.

Le cure complementari – come mindfulness, tecniche respiratorie, aromaterapia, rilassamento guidato e auto-massaggio – stanno emergendo come strumenti efficaci di prevenzione del burnout negli ambienti sanitari. Queste pratiche, integrate nella routine lavorativa o nei percorsi formativi e di benessere organizzativo, offrono spazi di consapevolezza, autoregolazione emotiva e recupero psico-fisico.

In particolare, la mindfulness si è dimostrata una delle strategie più efficaci, con evidenze documentate sulla riduzione dell’ansia lavoro-correlata, sull’aumento della resilienza e sulla prevenzione dell’esaurimento. Analogamente, programmi strutturati di self-care per infermieri, basati su tecniche corpo-mente, sono stati associati a miglioramenti significativi in termini di soddisfazione lavorativa, empatia verso i pazienti e percezione di supporto sociale tra colleghi.

Un elemento centrale nei percorsi di prevenzione e crescita è il riconoscimento del proprio livello emotivo: solo ciò che viene riconosciuto può essere gestito. La capacità di nominare e comprendere ciò che si prova – rabbia, paura, frustrazione, impotenza, ma anche entusiasmo o gratitudine – diventa il primo passo verso la regolazione emotiva e la possibilità di scegliere risposte più funzionali alle pressioni del contesto lavorativo.

In questo processo, la comunicazione assume un valore duplice: è strumento di lavoro su sé stessi – poiché nel modo in cui comunichiamo si riflette il nostro stato interno – e al tempo stesso mezzo di relazione con gli altri, utile per creare alleanze, ridurre i conflitti e favorire un clima di fiducia reciproca. Una comunicazione consapevole, empatica e strategica permette di trasformare la fatica in apprendimento e lo stress in opportunità di crescita personale e professionale.

L’infermiere Counselor Coach Strategico come facilitatore del cambiamento

L’evoluzione dell’infermieristica contemporanea richiede competenze nuove: ascolto, osservazione strategica, conduzione del colloquio, padronanza della comunicazione.

L’infermiere Counselor Coach Strategico, formato al modello Nardone, integra alla competenza clinica strumenti di counseling e coaching e tecniche di Problem Solving Strategico per facilitare processi di consapevolezza, motivazione e autoregolazione sia negli assistiti che nei colleghi.

L’infermiere Counselor Coach Strategico può quindi giocare un ruolo cruciale nella diffusione di una cultura organizzativa del benessere, promuovendo spazi di ascolto, pratiche di auto-cura, gruppi di gestione emotiva e formazione orientata alla resilienza. In questo modo, si passa da un modello reattivo, centrato sulla gestione del danno, a un modello proattivo, fondato sulla prevenzione, sulla consapevolezza operativa e sul benessere integrato del professionista sanitario.

Nel campo delle cure complementari, questa figura può promuovere un dialogo aperto, orientare scelte consapevoli, facilitare team multidisciplinari, formare colleghi e sostenere la cura del curante.
L’approccio strategico trasforma la relazione assistenziale in un incontro generativo: la persona assistita non subisce la terapia, ma partecipa attivamente al proprio benessere.

Le radici del modello di Counseling e Coaching Strategico: dalla Scuola di Palo Alto a Maria Cristina Nardone

Il modello di Counseling e Coaching Strategico, ideato da Maria Cristina Nardone, nasce dall’evoluzione della Terapia Breve Strategica sviluppata da Giorgio Nardone ad Arezzo, in collaborazione con Paul Watzlawick della storica Scuola di Palo Alto.

Negli anni ’50, al Mental Research Institute di Palo Alto, studiosi come Gregory Batesondon JacksonJohn Weakland e Watzlawickdimostrarono che la comunicazione non è solo scambio di informazioni, ma creazione di realtà relazionali. Da quel pensiero nacque il principio: “non si può non comunicare”.

Giorgio Nardone ha poi trasformato questi principi in un modello di intervento breve e concreto, fondato sull’uso terapeutico del linguaggio e della strategia comunicativa.
Maria Cristina Nardone, portando questa visione nel campo dell’educazione, del management e della relazione d’aiuto, ha sviluppato il Counseling e Coaching Strategico Nardone Model, un approccio che unisce logica, empatia cognitiva (sintonia) e comunicazione performativa orientata alla soluzione.

Come descritto in Il dialogo strategico performativo (Nardone MC, 2022), la comunicazione non è semplicemente uno strumento, ma un atto trasformativo: attraverso le parole, le metafore e la gestione consapevole del linguaggio, il professionista può modificare la percezione della realtà della persona e guidarla verso il cambiamento.

L’atto comunicativo diventa così una performance intenzionale, dove parola, tono, postura e silenzio cooperano per generare nuove possibilità.

Questi principi trovano applicazione anche nei contesti organizzativi e sanitari. In L’Azienda Vincente (Nardone MC, Milanese R. e Prato Previde R, 2012), Maria Cristina Nardone mostra come la cultura strategica possa essere trasferita alle istituzioni e ai team, creando ambienti di lavoro basati su collaborazione, responsabilità condivisa e comunicazione efficace.
Nello stesso modo, l’infermiere Counselor  Coach Strategico può portare queste logiche nei reparti, nelle équipe e nei percorsi formativi, diventando promotore di un cambiamento organizzativo funzionale e sostenibile.

Applicato all’infermieristica, questo modello insegna che la comunicazione è parte della cura:
ogni parola, tono, gesto e silenzio possono facilitare o ostacolare la guarigione.
L’infermiere strategico sa utilizzare metafore, domande a illusione di alternativa, riformulazioni e linguaggio non verbale come strumenti di intervento relazionale e terapeutico.

Le cure complementari, in particolare, traggono forza proprio dalla qualità comunicativa: la mindfulness, l’aromaterapia o il massaggio infermieristico diventano realmente efficaci quando sono accompagnati da una comunicazione intenzionale, performativa e strategica.

Come sosteneva Watzlawick, “ogni parola è un atto che produce effetti reali”.

Aspetti etici: la cura di sé come premessa alla cura dell’altro

L’etica professionale infermieristica sottolinea la responsabilità verso sé stessi come condizione per offrire una cura autentica.
Le cure complementari diventano così strumenti di auto-cura professionale, prevenzione del burnout e crescita personale.
Promuovere la cultura del “curarsi per poter curare” restituisce all’assistenza la sua dimensione più umana e sostenibile.

“La disciplina esteriore è nulla senza la disciplina interiore.” – Florence Nightingale

Verso un nuovo paradigma di assistenza integrata

Integrare le CAM significa rivedere il paradigma di cura: considerare la persona come unità bio-psico-sociale e spirituale.
Nei contesti organizzativi, l’integrazione si traduce in protocolli locali, formazione interdisciplinare, ricerca infermieristica e progetti di umanizzazione delle cure.

L’integrazione delle cure complementari non è un semplice “aggiungere qualcosa” all’assistenza tradizionale, ma implica una rivisitazione del paradigma di cura.
Significa considerare la persona non solo come portatrice di un bisogno clinico, ma come essere complesso fatto di corpo, mente, emozioni e relazioni.

Nei contesti organizzativi, ciò si traduce nella possibilità di:

  • creare protocolli locali per l’uso sicuro e documentato di pratiche complementari;
  • promuovere formazione interdisciplinare infermieri–medici–fisioterapisti;
  • valorizzare la ricerca infermieristica sulle CAM, attraverso studi pilota e pubblicazioni;
  • sostenere progetti di umanizzazione delle cure che includano momenti di rilassamento, contatto, ascolto e attenzione ai bisogni emozionali.

Le esperienze internazionali dimostrano che laddove le CAM vengono integrate in modo strutturato, migliorano non solo gli outcome clinici, ma anche la soddisfazione dei pazienti e la coesione dei team di cura.

“Cosa può fare oggi l’infermiere per integrare le cure complementari nella quotidianità”
  1. Informarsi e formarsi: conoscere le principali CAM, le loro basi scientifiche e i limiti di applicazione.
  2. Ascoltare attivamente l’assistito: chiedere con rispetto se utilizza o desidera utilizzare pratiche complementari.
  3. Collaborare con il team: condividere informazioni su terapie in corso, segnalare benefici o effetti collaterali osservati.
  4. Integrare micro-pratiche di benessere nella routine assistenziale: respirazione, aromi rilassanti, musica dolce, contatto empatico.
  5. Curare sé stessi: dedicare tempo a pratiche di auto-cura e riflessione. Un infermiere che sta bene trasmette benessere.
  6. Promuovere cultura e consapevolezza: parlare di CAM con linguaggio basato su evidenze e rispetto reciproco, per superare pregiudizi e semplificazioni.
Conclusioni

Le cure complementari rappresentano una straordinaria opportunità di evoluzione per l’infermieristica contemporanea.
Esse invitano la professione a ritrovare le proprie radici umanistiche, integrandole con la scientificità che la caratterizza.

L’infermiere Counselor Coach strategico è chiamato a essere ponte tra scienza e umanità, tra evidenza e significato, tra cura del paziente e cura del curante.
In questa prospettiva, l’integrazione delle CAM non è solo una pratica clinica, ma un atto culturale: un modo di ripensare la relazione di aiuto alla luce della complessità della persona e dei sistemi sanitari del futuro.

Come insegna la strategia del cambiamento, ogni trasformazione autentica nasce da un piccolo passo possibile.
E quel passo, oggi, può essere proprio la consapevolezza che la cura è un atto reciproco: nel momento in cui accompagniamo l’altro verso la guarigione, anche noi cresciamo, ci evolviamo, ci curiamo.

“La cura autentica nasce quando l’altro sente che noi stessi siamo in cammino verso la nostra evoluzione.”
– Maria Cristina Nardone

Bibliografia 
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  15. Nardone MC, Milanese R, Prato Previde R, L’azienda vincente Editore Ponte alle Grazie Milano; 2012

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