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Infermiere tuttofare: competenza o abuso normalizzato?

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C’è una figura che in sanità non manca mai. Non è nel mansionario ufficiale, non ha un profilo contrattuale preciso, ma è ovunque. È l’infermiere tuttofare. Quello che “tanto ci pensa lui”. Quello che “sei più pratico tu”. Quello che “vabbè, fallo tu, ché fai prima”. E alla fine lo fa. Sempre.

La competenza che diventa scusa

All’inizio è competenza. L’infermiere sa fare molte cose, le fa bene, le fa in sicurezza. Poi la competenza diventa un alibi organizzativo. Se sai fare, allora puoi fare. Se puoi fare, allora devi fare. Se devi fare, allora è normale. Ed ecco che il confine professionale si assottiglia fino a sparire, mentre il carico cresce, senza che nessuno lo chiami mai con il suo nome: abuso sistemico.

“Ma lo fanno tutti”

È la frase magica. Quella che chiude ogni discussione. La senti nei reparti, negli ambulatori, nei corridoi: “Ma lo fanno tutti”. Oppure: “È sempre stato così”. E ancora: “Non facciamone un problema”.

E così il problema diventa prassi. La prassi diventa normalità. La normalità diventa invisibile. Nel frattempo, il ruolo infermieristico si dilata, ingloba, assorbe. Non perché venga valorizzato, ma perché è disponibile.

Oss, infermieri, coordinatori: tutti dentro

Qui il conflitto esplode. Gli oss si sentono scaricati di responsabilità che non spettano loro. Gli infermieri si sentono caricati di tutto ciò che “non ha padrone”. I coordinatori si trovano a mediare tra linee guida e realtà impossibili da far combaciare.

E le direzioni? Leggono. Osservano. Prendono nota. Ma commentano poco. Perché riconoscere l’abuso significherebbe ammettere un problema strutturale, non un eccesso di zelo individuale.

Tuttofare oggi, colpevole domani

Il paradosso è questo: finché fai tutto, sei un professionista “affidabile”. Quando qualcosa va storto, diventi improvvisamente responsabile di troppo. Perché fare ciò che non ti compete è tollerato finché funziona. Quando non funziona, smette di essere “spirito di collaborazione” e diventa errore. E lo spazio tra competenza e colpa, a quel punto, è sottilissimo.

Il prezzo invisibile

Fare tutto significa:

  • meno tempo per l’assistenza vera;
  • più stress;
  • più rischio;
  • meno identità professionale.

E, soprattutto, significa accettare l’idea che i confini non contino, purché il sistema vada avanti. Ma un sistema che vive sull’elasticità infinita dei suoi professionisti non è flessibile. È fragile.

Conclusione

L’infermiere tuttofare non è il simbolo di una professione forte. È il sintomo di un’organizzazione che ha smesso di distinguere tra competenze e necessità. Perché collaborare non significa sostituirsi. Essere competenti non significa essere disponibili a tutto. E lavorare in squadra non significa annullarsi.

Allora la domanda finale non è provocatoria. È urgente: quando chiamiamo “competenza” il fare di tutto, stiamo davvero valorizzando l’infermiere o stiamo semplicemente normalizzando un abuso che nessuno vuole più nominare?

Guido Gabriele Antonio

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