C’è un dato che dalla Regione Puglia viene presentato come una dimostrazione di impegno: 188 milioni di euro. Sono le maggiori risorse destinate al personale sanitario. Una cifra importante. Una cifra che, letta così, sembrerebbe raccontare una sanità che investe nelle proprie persone. Eppure c’è un problema. Gli infermieri continuano ad andarsene.
E allora la domanda diventa inevitabile: se stiamo investendo di più sul personale, perché il personale continua a fuggire? Perché qui emerge uno degli equivoci più grandi della sanità italiana. Pensare che investire sul personale significhi automaticamente valorizzarlo. Non è la stessa cosa. Perché assumere non significa trattenere. Pagare uno stipendio non significa rendere attrattiva una professione. Coprire un turno non significa costruire una carriera. E, soprattutto, spendere di più non significa necessariamente spendere meglio.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un fenomeno curioso. Da una parte le aziende sanitarie dichiarano carenza di infermieri. Dall’altra sempre più infermieri scelgono di lasciare il pubblico. Alcuni vanno nel privato. Altri emigrano. Altri ancora cambiano completamente lavoro. Come se il problema non fosse trovare infermieri, ma convincerli a restare.
Ed è qui che il dibattito si inceppa. Perché si continua a leggere tutto in chiave economica. Mancano i soldi. Servono assunzioni. Servono fondi. Tutto vero. Ma non basta. Perché un infermiere non lascia soltanto uno stipendio. Lascia un contesto. Lascia un’organizzazione. Lascia un ambiente di lavoro. Lascia un sistema che spesso gli chiede sempre di più riconoscendogli sempre di meno.
Responsabilità crescenti. Complessità crescente. Bisogni assistenziali sempre più elevati. Ma riconoscimento professionale fermo. È come cercare di riempire una vasca da bagno lasciando aperto lo scarico. Puoi versare tutta l’acqua che vuoi. Puoi aumentare la pressione. Puoi comprare tubi più grandi. Ma finché non chiudi la perdita, il risultato non cambia.
La sanità italiana continua a ragionare come se il problema fosse quantitativo. Quanti infermieri abbiamo. Quanti ne assumiamo. Quanti concorsi bandiamo. La vera domanda, però, è un’altra. Quanti scelgono di restare? Perché il futuro della professione non si misura dai posti messi a concorso. Si misura dall’attrattività. E l’attrattività non si compra soltanto con i bilanci. Si costruisce. Con percorsi di carriera. Con competenze valorizzate. Con autonomia professionale. Con condizioni di lavoro sostenibili. Con una visione. Altrimenti continueremo a raccontarci che investiamo nel personale mentre il personale continua a cercare altrove ciò che qui non trova.
E allora quei 188 milioni rischiano di raccontare una verità diversa da quella che sembrano raccontare. Non quanto spendiamo per gli infermieri. Ma quanto ci costa non aver capito, per anni, perché se ne stanno andando. Perché il problema non è assumere infermieri. Il problema è creare una sanità in cui abbiano ancora voglia di restare.
Guido Gabriele Antonio
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