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Vitiligine: allo studio una pillola capace di restituire pigmento alla pelle

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Vitiligine: cause e trattamento
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Stando ai risultati di due studi internazionali Viti-Up pubblicati su The Lancet, un nuovo farmaco a somministrazione orale sarebbe capace di restituire pigmento alla pelle colpita dalla vitiligine. Dal 29 luglio scorso la pillola, denominata upadacitinib, è autorizzata nell’Unione Europea per gli adulti e per gli adolescenti over 12 che necessitano di una terapia sistemica, cioè in grado di agire sull’intero organismo. Negli Usa, invece, la valutazione è ancora in corso.

I dati principali dello studio erano stati comunicati già nel 2025 e presentati nel marzo 2026 al congresso dell’American Academy of Dermatology. Adesso, però, arrivano la pubblicazione completa e la revisione scientifica riguardanti upadacitinib, un inibitore orale di JAK1, vale a dire una molecola che modula una delle vie usate dalle cellule per trasmettere i segnali immunitari. L’obiettivo è frenare l’attacco contro i melanociti, ossia le cellule incaricate di produrre il pigmento, e consentire alla pelle di recuperare almeno una parte del colore naturale. Non si tratta, dunque, di colorare artificialmente le chiazze bianche, ma di intervenire sul meccanismo che concorre a mantenerle.

I due studi, Viti-Up-1 e Viti-Up-2, hanno coinvolto complessivamente 614 persone dai 12 anni in su, tutte con vitiligine non segmentale presente sia sul viso che sul corpo. I partecipanti sono stati assegnati casualmente, in rapporto di due a uno, a una compressa quotidiana da 15 milligrammi di upadacitinib oppure a placebo per 48 settimane. I ricercatori hanno riscontrato due risultati principali: un miglioramento di almeno il 50% della depigmentazione complessiva, definito T-VASI 50, e un miglioramento di almeno il 75% sul viso (F-VASI 75).

Il T-VASI 50 è stato raggiunto dal 19,4% delle persone trattate nel primo studio e dal 21,5% nel secondo, contro il 5,9% dei gruppi placebo in entrambi. Sul viso, il F-VASI 75 è stato ottenuto rispettivamente dal 25,2 e dal 23,4% con upadacitinib, mentre con placebo ci si è fermati al 5,9 e al 6,9%. Abbassando la soglia facciale a un miglioramento del 50%, le percentuali salgono al 48,1 e al 43,4%.

In definitiva, la pillola aumenta la probabilità di ottenere una ripigmentazione significativa, ma non funziona per tutti e non rende chiaramente impercettibili le chiazze. Da notare, tuttavia, che le risposte continuavano a crescere alla quarantottesima settimana. Ciò suggerisce che, in questa terapia, il tempo può svolgere una parte decisiva. L’estensione degli studi proseguirà fino a 160 settimane e dovrà chiarire quanto a lungo duri il beneficio e anche quale effetto produca su stigma, ansia e qualità della vita.

Il rovescio della medaglia è rappresentato dagli eventi avversi. Quelli osservati più spesso sono infezioni delle vie respiratorie superiori, acne, rinofaringite e mal di testa. Nei due studi non si sono verificati eventi cardiovascolari maggiori o tromboembolie venose confermati. Tuttavia, 48 settimane di osservazione e poco più di 600 partecipanti non consentono di escludere complicazioni rare o rischi che emergano dopo periodi più lunghi. Occorrono pertanto valutazione specialistica, esami e monitoraggio: non è una pillola da prescrivere indistintamente.

Redazione Nurse Times

Fonte: The Lancet

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