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Ultimo turno di notte, poi smonto e riposo

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Alle 9 di sera l’ospedale, le case di cura, i centri di riabilitazione e le Rsa cambiano respiro. Le visite dei familiari sono finite: un bacio sulla fronte, la promessa di tornare domani. Nei corridoi resta l’odore del disinfettante, che dopo il Covid gli utenti usano su tutto ciò che toccano. E qualcosa che somiglia alla stanchezza serpeggia nel reparto, negli occhi di chi ha lavorato tutto il giorno. Michele timbra il badge e indossa la divisa.

In medicheria le consegne arrivano a voce bassa: la febbre del signore della stanza 4; l’antidolorifico somministrato su prescrizione medica alla signora operata al femore; il paziente con l’ictus che ha un po’ di tosse e fatica a deglutire; la signora Anna della 7, con la frattura del bacino e la demenza, a cui, su disposizione medica e d’accordo con la famiglia, sono state messe le spondine. Accanto a lui c’è Giulia, operatrice socio-sanitaria, vent’anni di turni e di notti alle spalle.

Il primo giro lo fanno insieme, come un rito che nessuno ha mai scritto, ma che tutti conoscono. Stanza per stanza, il controllo: l’ossigeno, le luci notturne, i campanelli di chiamata, la domanda di sempre: “Ha bisogno di qualcosa?”. Alle 10 Michele esegue le glicemie serali e somministra la terapia, controlla la temperatura del signore della 4, valuta con la scala il dolore della signora operata, rileva la saturazione del paziente con l’ictus, verifica le spondine della signora Anna. Sul monitor della 2 i valori sono nei limiti, ma lui li guarda due volte.

Giulia sistema i presidi ed esegue le mobilizzazioni, prima difesa contro le lesioni da pressione: un gesto che nessuno vede. Ma anche questo è curare. Alle 11 Michele prepara il lavoro dell’ultimo giro: prelievi, digiuni, terapie. Un caffè alla macchinetta con il medico di guardia, per aggiornarlo sul primo giro. Verso mezzanotte il secondo giro, poi gli altri giri: un anziano da accompagnare in bagno nella penombra, una pompa d’infusione che suona, un paziente che ha solo bisogno di parlare.

Di notte l’ospedale si spopola, le luci si abbassano, il silenzio prevale. Il verde delle uscite di sicurezza disegna un sentiero nel buio, dalle stanze arriva il respiro dei pazienti come una marea lenta. È un silenzio pieno di vite affidate, che si attraversa in punta di piedi, attenti a non fare rumore con i sabot. Ma in corsia nessuno dorme.

Gli occhi restano sui monitor e sui volti; le orecchie tese come quelle di un segugio: ogni rumore, anche il più lieve, ha un nome, si sa da quale stanza arriva e che cosa significa. Il corpo lavora contro il suo orologio biologico, eppure servono competenza, lucidità, professionalità. E servono amore e umiltà. Verso le 2, prima del nuovo giro, un altro caffè, ma questa volta nella piccola cucina del reparto.

Poi, un rumore leggero dalla 7. La signora Anna tenta di scavalcare le spondine del letto dalla parte dei piedi: deve tornare a casa, dice, dove la aspettano il marito e i figli. Giulia e Michele non la correggono. Giulia le prende la mano, le accarezza il viso, la tranquillizza: è tutto a posto. E la signora Anna, piano piano, si lascia rimettere sotto le coperte. Nessun protocollo insegna quella voce.

Alle 4 il paziente con l’ictus comincia a tossire, la saturazione scende. Michele lo aspira e con un cenno chiede a Giulia di chiamare il medico. Pochi minuti, il respiro che si calma. Il medico lo ausculta, imposta terapia e controlli, e i valori risalgono. Michele e Giulia si guardano. È in momenti così che si capisce quanto l’operatore socio-sanitario sia una presenza indispensabile, nel lavoro d’équipe e nel turno notturno.

Non tutte le notti, nei reparti, nelle Rsa, nelle strutture socio-sanitarie e di cura, il turno si fa in due. A volte l’infermiere resta solo: il giro, le chiamate, la terapia, i controlli. Non si può. Restare soli in corsia, di notte, andrebbe vietato. E’ allora che la stanchezza e la solitudine si moltiplicano. Gli studi lo confermano: il numero di professionisti presenti incide sulle cadute, sugli eventi avversi, sul benessere di chi assiste.

Di tutto questo non si parla. A nessuno interessa sapere che cosa si fa davvero, di notte, in un ospedale. A nessuno interessa che ci siano professionisti con il contratto fermo da quattordici anni, altri da otto, e retribuzioni spesso sotto i 1.500 euro al mese: poco, per un laureato che porta sulle spalle la vita degli altri. Se non si interviene, il futuro sarà duro.

Alle 6 la luce entra dalle finestre, prima grigia, poi rosa. Ultimo giro, ultime attività prima che il turno finisca: Michele misura e registra la diuresi della notte. Il signore della 4 è apiretico, il paziente con l’ictus satura al 97%, la signora Anna ha riposato. Giulia termina alcuni compiti.

Alle 7 escono nel parcheggio. Si salutano: “Al prossimo turno”. Nessuno sa che qualcuno, in quel turno, ha vegliato sui pazienti. Con gli occhi lucidi, il corpo e la mente stanchi, salgono nelle rispettive macchine per tornare a casa, dalle loro famiglie.

Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico

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