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Spoleto, 4 pazienti accecati dopo intervento alla cataratta. La causa: uno scambio di farmaci. Chiesto maxi risarcimento

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Spoleto, 4 pazienti accecati dopo intervento alla cataratta. La causa: uno scambio di farmaci. Chiesto maxi risarcimento
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Occhio accecato dopo l’intervento alla cataratta in ospedale. La Corte dei Conti chiede 550mila euro a caposala e infermiere in servizio otto anni fa all’ospedale di Spoleto (Perugia) perché avrebbero provocato un danno erariale alla Usl.

I fatti contestati davanti alla tribunale contabile regionale risalgono al 15 maggio 2015, quando quattro pazienti dell’ospedale di Spoleto si sottoposero a interventi programmati alla cataratta. I quattro pazienti, proprio dopo quell’operazione, rimasero ciechi da un occhio e immediatamente scattarono le richieste di risarcimento danni. Niente procedimento penale, ma in accordo con le parti lese furono riconosciuti e versati danni per 135mila euro ciscuno a due pazienti, 115mila al terzo e 165mila al quarto, per un totale di 550mila euro.

Ma cosa sarebbe accaduto in sala operatoria a Spoleto? Per la Procura della Corte dei Conti la menomazione all’occhio sarebbe stata causata da un singolare scambio di farmaci, perché al posto della “soluzione salina bilanciata a uso oftalmico” sarebbe stato utilizzato bicarbonato di sodio. Secondo l’accusa, l’infermiere avrebbe dovuto verificare con massima attenzione quale farmaco si somministrava, mentre la caposala sarebbe stata responsabile dell’organizzazione e della conservazione dei farmaci.

Stando a quanto spiegato dall’avvocato difensore dell’infermiere, i flaconi erano totalmente identici e all’epoca dei fatti non era entrato in vigore il nuovo protocollo di gestione dei farmaci, attivo solo dal 2017, che avrebbe permesso di evitare l’errore. L’infermiere, inoltre, non era un giovane alle prime armi, bensì un navigato professionista con 38 anni di esperienza e oltre 30mila interventi.

La caposala, invece, attraverso il suo legale ha spiegato che durante gli interventi non era presente. Gli stessi avvocati, poi, hanno precisato: “Il rischio clinico va gestito dai vertici aziendali e dalle strutture, non dagli infermieri o dalla caposala. È stato coinvolto l’ultimo anello di una lunga catena di errori”.

Nel procedimento dinnanzi alla giustizia contabile, quindi, dovrebbero esserci anche altre persone. Chi ha posto i flaconi di bicarbonato di sodio in quell’armadio? Ciò però non significa, secondo la Procura, che l’infermiere e la caposala non avrebbero comunque dovuto effettuare gli opportuni controlli prima della somministrazione ai pazienti.

Redazione Nurse Times

Fonte: La Nazione

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