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“Sono io il medico, tu sei solo un infermiere”: per il Tribunale militare non è ingiuria

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“Sono io il medico. Tu sei un cazzo di infermiere. Punto”. Questa la frase finita al centro di un processo davanti al Tribunale militare di Roma, che ha assolto una maggiore medico dell’Aeronautica Militare dall’accusa di ingiuria a inferiore. La vicenda, raccontata da Repubblica, nasce da un diverbio avvenuto il 3 maggio 2024 nell’infermeria di una base militare dell’area romana, durante la gestione di un aviere con una zecca conficcata nella gamba.

Secondo la ricostruzione, il contrasto scoppiò quando un maresciallo infermiere decise di procedere alla rimozione della zecca, mentre il maggiore medico, superiore in gerarchia, riteneva necessario attendere prima la visita medica. Da qui lo scontro verbale, avvenuto davanti ad altri militari presenti in infermeria. Alla fine, sia il maggiore sia il maresciallo sono finiti a processo davanti al giudice militare, e entrambi sono stati assolti.

Uno degli elementi più singolari della vicenda è l’ingresso nel processo di un linguista dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, chiamato dalla difesa del maggiore medico a valutare il significato dell’espressione contestata. Secondo la tesi difensiva, accolta dal Tribunale, quelle parole non avrebbero avuto, nel contesto specifico, una funzione penalmente offensiva, ma sarebbero state una riaffermazione energica della gerarchia e dei ruoli all’interno di una situazione operativa tesa.

Il punto centrale della sentenza sta proprio nel contesto. Il giudice militare ha ritenuto decisivo il fatto che la frase fosse stata pronunciata nel pieno di una controversia professionale e gerarchica sulla gestione del paziente, non come aggressione gratuita o umiliazione sganciata dal servizio. In sostanza, il Tribunale ha accolto la lettura secondo cui il termine volgare avrebbe funzionato da intensificatore linguistico della distinzione di ruolo, senza integrare automaticamente un’offesa penalmente rilevante.

La decisione assume rilievo anche perché, nel diritto penale militare, l’ingiuria a un inferiore continua a essere prevista come reato. L’articolo 196 del Codice penale militare di pace punisce infatti la minaccia o ingiuria a un inferiore, diversamente da quanto avviene nell’ordinamento penale comune, dove l’ingiuria è stata depenalizzata.

La giurisprudenza di legittimità ha più volte ribadito che, in ambito militare, anche espressioni volgari possono riacquistare una valenza offensiva specifica proprio a causa del rapporto gerarchico tra superiore e subordinato. In questo senso viene richiamata anche la Cassazione penale (sentenza n. 37803 del 12 settembre 2016).

Proprio per questo l’assoluzione non è affatto scontata. Il Tribunale non ha negato la durezza o la volgarità della frase, ma ha ritenuto che, in quel caso concreto, non bastassero da sole a integrare il reato militare contestato. È una distinzione sottile ma decisiva: non una legittimazione generalizzata del turpiloquio nei rapporti di servizio, bensì una valutazione strettamente ancorata al contesto operativo, al conflitto sulle competenze e alla dinamica gerarchica emersa in aula.

Gli infermieri militari hanno formazione universitaria, iscrizione all’Ordine e responsabilità professionali pienamente riconosciute. Eppure continuano a muoversi dentro una struttura che, sul piano gerarchico, li colloca in una posizione di subalternità rispetto agli ufficiali medici, anche quando il terreno è quello delle competenze professionali.

Il risultato è un cortocircuito evidente: professionisti sanitari con titolo, autonomia e responsabilità, ma ancora incardinati in un sistema che continua a leggerli soprattutto attraverso il grado, non attraverso la funzione. Per questo quella frase non suona soltanto come uno scatto d’ira. Suona come il riflesso di un problema più profondo, più antico, più strutturale.

È anche per questo che la frase contestata pesa oltre il singolo episodio. Per il Tribunale, in quel procedimento, non ha superato la soglia del reato. Ma il caso riaccende il dibattito su gerarchia, dignità professionale e riconoscimento del ruolo infermieristico nelle forze armate. Sul piano penale la partita si è chiusa con l’assoluzione. Sul piano ordinamentale e professionale, invece, la discussione resta apertissima.

Redazione Nurse Times

Fonte: Infodifesa.it

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