Ogni volta che si torna a parlare della fuga di infermieri all’estero il dibattito segue un copione ormai consolidato. Si sottolinea quanto personale stia lasciando il Servizio sanitario nazionale, si confrontano gli stipendi italiani con quelli di altri Paesi europei e si conclude che occorre trovare il modo di trattenere i professionisti.
È una narrazione corretta, ma incompleta. Perché continua a concentrarsi sull’ultimo anello della catena, quando il vero problema nasce molto prima. La fuga degli infermieri non è la causa della crisi del sistema sanitario: ne è il sintomo più evidente. È il momento in cui un problema, ignorato per anni, diventa finalmente visibile.
Ogni infermiere che decide di trasferirsi all’estero non sta semplicemente cambiando posto di lavoro. Sta esprimendo, forse nel modo più concreto possibile, un giudizio sulla capacità del sistema sanitario italiano di valorizzare le competenze che esso stesso ha contribuito a formare.
La politica, però, continua a raccontare questa vicenda come se fosse una conseguenza inevitabile della globalizzazione. Si dice che il mercato del lavoro è cambiato, che i professionisti sono più mobili, che in Europa esiste la libera circolazione. Tutto vero. Ma questa spiegazione rischia di diventare un alibi.
La mobilità professionale non è il problema. Il problema è la competitività del nostro Servizio sanitario nazionale. In qualsiasi settore, quando un’azienda perde continuamente personale qualificato, la prima domanda che un buon manager si pone è semplice: perché le persone preferiscono lavorare altrove?
In sanità, invece, sembriamo aver ribaltato il ragionamento. Ci chiediamo come impedire agli infermieri di partire, ma molto meno perché il sistema non riesca più a convincerli a restare. È una differenza sostanziale. Perché chi cerca di trattenere le persone interviene sugli effetti. Chi invece cerca di renderle orgogliose di restare lavora sulle cause.
La questione, infatti, non può essere ridotta esclusivamente agli stipendi. Sarebbe troppo semplice, e probabilmente anche sbagliato. La retribuzione conta, ma non spiega tutto. Molti professionisti cercano ambienti di lavoro meglio organizzati, possibilità di crescita, percorsi di carriera chiari, maggiore autonomia, investimenti nella formazione e nella ricerca, un equilibrio più sostenibile tra vita privata e professionale e, soprattutto, un riconoscimento sociale coerente con le responsabilità che esercitano ogni giorno.
È qui che emerge un problema culturale, prima ancora che economico. In Italia continuiamo spesso a raccontare l’infermiere come una figura indispensabile nei momenti di emergenza e quasi invisibile nella programmazione ordinaria. Lo celebriamo durante le crisi, ma fatichiamo a costruire un sistema capace di valorizzarlo quando i riflettori si spengono. È difficile rendere attrattiva una professione, se il messaggio che arriva ai giovani è quello di un lavoro essenziale per tutti, ma realmente prioritario per nessuno.
C’è poi un altro aspetto che raramente entra nel dibattito pubblico. Ogni infermiere formato nelle università italiane rappresenta un investimento collettivo. Dietro quella laurea ci sono risorse pubbliche, docenti, strutture, tirocini, ospedali, professionisti che hanno contribuito alla formazione di una competenza altamente qualificata. Quando quel professionista decide di costruire la propria carriera in un altro Paese, non stiamo perdendo soltanto un lavoratore. Stiamo esportando capitale umano finanziato dalla collettività.
È un fenomeno che dovrebbe interrogare chi programma il sistema sanitario molto più di quanto non faccia oggi. Perché una buona politica non si limita a contare quanti professionisti mancano. Si chiede se gli investimenti effettuati producano un ritorno per il sistema che li ha sostenuti, oppure finiscano per rafforzare sistemi sanitari più capaci di attrarre e valorizzare quel capitale umano.
Forse, allora, la domanda da porci non è quanti infermieri lasceranno ancora l’Italia nei prossimi anni. La domanda è perché continuiamo a sorprenderci. Da almeno un decennio conosciamo l’invecchiamento della popolazione, i pensionamenti previsti, la crisi vocazionale, il calo dell’attrattività della professione, le difficoltà del settore privato, il burnout e la crescente competizione internazionale per reclutare personale sanitario.
Non siamo di fronte a un’emergenza improvvisa, ma a un fenomeno largamente prevedibile. Eppure continuiamo a trattarlo come se ogni nuova statistica fosse una scoperta inattesa. Forse perché è più semplice commentare una valigia sempre pronta che ammettere di non aver programmato il viaggio molti anni prima.
In fondo, ogni infermiere che sceglie di lavorare all’estero compie un gesto che va oltre la decisione individuale. Sta confrontando due sistemi e sta dicendo, con i fatti, quale dei due gli offre maggiori opportunità di crescita, riconoscimento e futuro. È probabilmente il giudizio più sincero che un professionista possa esprimere su una politica sanitaria.
Le elezioni si vincono con i voti, ma la credibilità di un Servizio sanitario si misura anche da un’altra cosa: dalla capacità di convincere i propri professionisti che restare sia una scelta, e non un sacrificio.
Guido Gabriele Antonio
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