Il ministro Schillaci chiede nuove risorse per assunzioni, stipendi, prevenzione e liste d’attesa. Le priorità sono condivisibili e il Ssn ne ha bisogno. Ma finché non compariranno nella Legge di Bilancio con cifre, coperture e destinazioni precise, gli infermieri potranno spendere soltanto la promessa.
Infermieri, medici e cittadini possono stare tranquilli: per la sanità sono in arrivo 5,5 miliardi. Non è ancora chiaro da dove arriveranno, quanti ne concederà il ministero dell’Economia, come saranno distribuiti e quando diventeranno servizi. Ma, sul piano comunicativo, sono già perfettamente operativi.
Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, avrebbe chiesto al Mef 5,5 miliardi aggiuntivi per il 2027, oltre alle risorse già programmate. Tra le priorità indicate compaiono un piano straordinario di assunzioni, l’aumento delle retribuzioni di medici e infermieri, il contrasto alle liste d’attesa, la prevenzione, la salute mentale, i farmaci, i dispositivi, i maggiori costi energetici degli ospedali e il finanziamento del nuovo Piano sanitario nazionale. Un programma talmente completo che manca soltanto una voce: i soldi approvati.
Al 7 settembre non esiste ancora una Legge di Bilancio 2027, né un testo governativo definitivo che assegni formalmente i 5,5 miliardi al Fondo sanitario e ne stabilisca l’impiego. La cifra rappresenta la richiesta politica avanzata dal Ministero della Salute nel confronto con il Mef, non uno stanziamento acquisito. La richiesta e le priorità indicate dal ministro.
È una differenza apparentemente noiosa, ma decisiva. In Italia i miliardi sanitari attraversano diverse fasi evolutive: vengono richiesti, annunciati, negoziati, ridimensionati, distribuiti e infine assorbiti dai costi già esistenti. Soltanto gli esemplari più resistenti raggiungono il reparto.
La richiesta di Schillaci è fondata su problemi reali. Il Ssn ha bisogno di maggiori risorse, il personale rappresenta la principale criticità organizzativa e le retribuzioni italiane non sono sufficientemente competitive. L’aumento dei costi per farmaci, dispositivi ed energia riduce inoltre la capacità delle Regioni di trasformare l’incremento nominale del Fondo in nuovi servizi.
Il punto non è quindi ironizzare sulla necessità delle risorse. Il punto è evitare che una richiesta diventi mediaticamente un finanziamento prima di avere superato il ministero dell’Economia, il Consiglio dei ministri e il Parlamento.
La sanità italiana possiede già una lunga esperienza con le somme annunciate al futuro. Ogni anno il Fondo sanitario raggiunge “il livello più alto di sempre”, una formula tecnicamente corretta e politicamente irresistibile. Anche il costo della spesa, dell’energia e del lavoro raggiunge però livelli sorprendentemente contemporanei.
Dire che il Fondo cresce non spiega quanta capacità assistenziale aggiuntiva venga realmente acquistata. Se una parte delle nuove risorse serve a coprire rinnovi contrattuali, inflazione, farmaci, dispositivi, energia e disavanzi regionali, l’aumento nominale può essere significativo senza produrre un corrispondente aumento di personale o prestazioni. Il miliardo entra nella contabilità e il cittadino continua a entrare nella lista d’attesa. Per questo i 5,5 miliardi devono essere analizzati per destinazione, non soltanto celebrati per dimensione.
Secondo le ricostruzioni disponibili, circa un miliardo dovrebbe finanziare un piano straordinario di assunzioni. Anche questa indicazione richiede alcune domande: quanti professionisti? Quali profili? Con quale distribuzione regionale? Assunzioni a tempo indeterminato oppure misure temporanee? Quale rapporto con i tetti di spesa, i pensionamenti e i Piani triennali del fabbisogno?
Un miliardo può produrre personale soltanto se esistono candidati disponibili, procedure rapide, capacità formativa e aziende autorizzate ad assumere. Altrimenti finanzieremo posti che non riusciamo a coprire, aggiungendo alla carenza professionale una disponibilità economica inutilizzata.
Anche l’aumento degli stipendi di medici e infermieri è una priorità condivisibile, ma deve essere definito con precisione. Occorre comprendere se le risorse passeranno attraverso il contratto collettivo, l’incremento delle indennità, la fiscalità agevolata, fondi per incarichi professionali o compensi collegati a particolari servizi.
Non tutte le modalità producono lo stesso risultato. Pagare meglio le prestazioni aggiuntive può aumentare temporaneamente l’offerta, ma non equivale ad aumentare stabilmente la retribuzione. Detassare lo straordinario rende più conveniente lavorare oltre l’orario, ma rischia di trasformare la carenza in una politica salariale: guadagni di più se rinunci a una parte maggiore del tuo tempo. Il riconoscimento economico dovrebbe valorizzare competenze, responsabilità e permanenza nel servizio pubblico, non dipendere esclusivamente dalla disponibilità ad accumulare ore.
C’è poi il tema del nuovo Piano sanitario nazionale, annunciato dopo quasi vent’anni di assenza. Anche qui il paradosso è notevole. Il Paese che non aggiorna da decenni il proprio principale documento strategico sanitario scopre finalmente di aver bisogno di programmazione e, coerentemente, chiede un finanziamento per programmarla.
Un Piano nazionale può essere utile soltanto se collega obiettivi, risorse, responsabilità e indicatori. Se si limiterà a elencare prevenzione, territorio, innovazione, personale, salute mentale e digitalizzazione, avremo prodotto il consueto documento nel quale tutto è prioritario e quindi nulla lo è davvero.
Le case della comunità insegnano che finanziare una struttura non significa renderla operativa. Servono infermieri, medici, assistenti sociali, tecnici, coordinamento, orari, percorsi e popolazione effettivamente presa in carico. La stessa regola deve valere per ogni euro della Manovra. Non basta sapere quanto verrà assegnato alla sanità. Bisogna sapere quale trasformazione organizzativa verrà acquistata.
Se arriveranno fondi per le liste d’attesa, dovranno essere misurati i tempi effettivi prima e dopo l’intervento, distinguendo le prestazioni recuperate dall’attività ordinaria e quelle acquistate attraverso lavoro aggiuntivo o privato accreditato. Se arriveranno risorse per il personale, dovranno essere pubblicati assunti, cessazioni, posti vacanti e permanenza dopo dodici e ventiquattro mesi.
Se verranno finanziate le retribuzioni, bisognerà chiarire quanto entrerà stabilmente nel trattamento economico e quanto dipenderà da turni, disagio e attività ulteriori. La richiesta di Schillaci apre dunque un confronto necessario. Sarebbe sbagliato liquidarla come propaganda soltanto perché non è ancora finanziata. Il ministro della Salute deve rappresentare al MEF il fabbisogno del sistema e rivendicare risorse adeguate.
Sarebbe però altrettanto sbagliato presentare quei 5,5 miliardi come già disponibili. Tra chiedere e ottenere esiste la politica di bilancio. Tra ottenere e spendere esiste la capacità amministrativa. Tra spendere e migliorare l’assistenza esiste l’organizzazione. È dentro questi passaggi che, generalmente, gli annunci sanitari cominciano a perdere peso.
Quando il testo della Manovra sarà disponibile, bisognerà verificare almeno cinque elementi: incremento effettivo del Fondo rispetto a quanto già previsto; coperture finanziarie; quota vincolata al personale; carattere strutturale o temporaneo delle risorse; indicatori attraverso i quali verranno valutati i risultati. Fino ad allora possiamo riconoscere che le priorità indicate sono corrette, ma non possiamo contabilizzarle come risultati.
Gli infermieri non possono pagare l’affitto con l’annuncio di un aumento. Le aziende non possono coprire un turno con la richiesta di un miliardo. I cittadini non possono prenotare una visita dentro una conferenza stampa. Il Ssn ha bisogno dei 5,5 miliardi e probabilmente anche di una programmazione pluriennale più ambiziosa. Ma ha bisogno soprattutto che le risorse smettano di esistere soltanto nel tempo verbale preferito dalla politica sanitaria: il futuro.
Per ora il ministero della Salute ha presentato la lista della spesa. Attendiamo che il MEF dica quanto denaro c’è nel portafoglio. E soprattutto che, una volta arrivati alla cassa, qualcuno ricordi di portare a casa anche il personale.
Guido Gabriele Antonio
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