Per il 2026 arrivano 20.672 posti a Infermieristica. Peccato che già lo scorso anno i candidati fossero meno dei posti disponibili. La politica amplia l’offerta, mentre continua accuratamente a ignorare perché i giovani non vogliano più questa professione.
Le università italiane mettono a bando 38.184 posti per le professioni sanitarie nell’anno accademico 2026/2027, con un aumento del 3,6%. Più della metà, 20.672, sono destinati a Infermieristica. Il test si svolgerà il 16 settembre, come stabilito dal calendario del ministero dell’Università e della ricerca.
Tutto molto ordinato: posti calcolati, decreti pubblicati, prova programmata. Manca soltanto un dettaglio trascurabile: gli studenti. Lo scorso anno, infatti, le domande per Infermieristica sono state inferiori ai posti disponibili. Ma il sistema ha trovato la soluzione: aumentare ancora i posti. È come aggiungere tavoli a un ristorante vuoto e aspettarsi che la clientela torni per gratitudine istituzionale.
Nel 2025 il rapporto tra domande e posti disponibili a Infermieristica si era fermato intorno a 0,92. In parole semplici: meno di un candidato per ogni posto. Non siamo quindi davanti a un accesso troppo selettivo, ma a una professione che fatica persino a riempire l’offerta formativa già esistente.
Il test rimane, naturalmente, perché in Italia amiamo selezionare anche quando non c’è quasi più nessuno da escludere. Un rito rassicurante: si preparano quiz, graduatorie e commissioni per scegliere tra ragazzi che, in alcune sedi, sono meno delle sedie disponibili.
Il problema è che un posto universitario non equivale a un infermiere. Prima bisogna trovare uno studente disposto a iscriversi, consentirgli di sostenere spese universitarie e affitti, accompagnarlo in un percorso impegnativo, garantire tirocini realmente formativi e convincerlo a non abbandonare.
Dopo tre anni, infine, bisognerebbe offrirgli condizioni lavorative capaci di non fargli rimpiangere la scelta durante il primo turno. Aumentare i posti senza intervenire su questi passaggi serve soprattutto a produrre un bel numero da inserire nei comunicati stampa.
I giovani vedono una professione con responsabilità elevate, stipendi poco competitivi, turni usuranti, aggressioni, scarsa crescita e un riconoscimento organizzativo spesso fermo agli anni in cui l’infermiere veniva considerato un esecutore. Poi ricevono un dépliant che parla di autonomia, competenze avanzate e grandi opportunità.
Il problema è che, a differenza delle istituzioni, i giovani usano internet, parlano con chi lavora già negli ospedali e riescono persino a distinguere una campagna promozionale da un contratto. Se la realtà racconta burnout e demansionamento, non basta aggiornare la grafica dell’open day.
Anche il numero dei posti deve essere programmato, ma sulla base della capacità formativa reale. Più studenti richiedono più docenti, tutor, laboratori, sedi di tirocinio e professionisti capaci di seguirli. Riempire i corsi soltanto sulla carta, comprimendo la qualità della formazione, significherebbe consegnare al Ssn laureati numericamente insufficienti e professionalmente meno sostenuti. Un capolavoro: pochi infermieri, formati con risorse ancora più frammentate, destinati a entrare in organizzazioni già esauste.
Se vogliamo davvero rendere Infermieristica attrattiva, bisogna smettere di considerare l’università come una fabbrica alla quale basta aumentare la capacità produttiva. Servono borse di studio, alloggi accessibili, tutoraggio, tirocini di qualità, specializzazioni riconosciute, sviluppo di carriera e retribuzioni coerenti con le responsabilità. Soprattutto, bisogna dimostrare che dopo la laurea esiste una professione da esercitare e non semplicemente un turno da coprire.
I 20.672 posti sono un’opportunità, ma non ancora una politica. La politica comincerà quando qualcuno affronterà la domanda che i decreti evitano accuratamente: perché un giovane dovrebbe scegliere di diventare infermiere? Fino ad allora potremo aumentare posti, sedi e bandi. Se continueranno a mancare dignità, prospettive e condizioni di lavoro credibili, avremo soltanto organizzato meglio il vuoto.
Guido Gabriele Antonio
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