Il nuovo Piano nazionale promette CUP integrati, percorsi di tutela e maggiore trasparenza. Nello stesso giorno ANAC avverte che agende, priorità e intramoenia sono tra le aree più esposte alla cattiva amministrazione. Forse il problema non è soltanto quanti appuntamenti mancano, ma come vengono governati quelli disponibili.
Quando una visita non si trova, il cittadino non dovrebbe più trascorrere le settimane a telefonare al CUP nella speranza che qualcuno abbia rinunciato. Sarà il sistema a registrare la richiesta, cercare una disponibilità compatibile con la priorità clinica e ricontattare l’assistito. È una delle novità più interessanti del Piano nazionale di governo delle liste d’attesa 2026-2028, adottato con decreto ministeriale del 26 giugno e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 24 agosto.
Sulla carta è un cambio di prospettiva importante: la mancata disponibilità non viene più scaricata sul cittadino, ma diventa un problema che il Servizio sanitario deve prendere formalmente in carico. Il Piano prevede CUP capaci di rappresentare l’intera offerta pubblica e privata accreditata, liste di tutela, promemoria e disdette a distanza, maggiore trasparenza e il divieto di chiudere le agende. Le Regioni avranno 120 giorni per adeguare i propri piani.
Dopo anni trascorsi a chiedere ai cittadini di richiamare domani, la sanità scopre finalmente che potrebbe richiamarli lei. È un progresso tecnologico, ma soprattutto culturale: l’utente non dovrebbe essere il case manager della propria prenotazione.
La vera notizia, tuttavia, non è che esista un nuovo Piano. Di piani, decreti e piattaforme il Ssn dispone in quantità generalmente superiore agli appuntamenti disponibili. La questione è capire se Regioni e aziende siano realmente in grado di trasformare quelle disposizioni in processi uniformi, misurabili e controllabili.
Nello stesso giorno in cui si è illustrato il PNGLA abbiamo visto anche il nuovo Catalogo dei rischi corruttivi e delle misure di prevenzione nel settore sanitario approvato da ANAC. Letti insieme, i due documenti raccontano una storia meno rassicurante. L’Autorità individua proprio nelle liste d’attesa, nella gestione delle agende, nell’attribuzione delle priorità e nel rapporto con l’attività libero-professionale intramuraria alcune delle aree maggiormente esposte a comportamenti opportunistici e cattiva amministrazione.
ANAC non afferma che ogni lista lunga sia il prodotto di una condotta illecita. Sarebbe una semplificazione ingiusta. Le attese dipendono innanzitutto da carenza di personale, aumento della domanda, capacità produttiva insufficiente, inappropriatezza prescrittiva e disuguaglianze territoriali. Ma proprio perché le risorse sono limitate, il modo in cui vengono distribuite deve essere verificabile.
Se l’attività pubblica presenta tempi incompatibili con la priorità clinica mentre la stessa prestazione è rapidamente disponibile a pagamento, il problema non può essere liquidato con un’alzata di spalle. Può dipendere da una reale insufficienza dell’offerta, ma può anche essere aggravato da agende incomplete, volumi non controllati, classi di priorità utilizzate male o squilibri tra attività istituzionale e intramoenia. La trasparenza serve a distinguere una carenza strutturale da una gestione conveniente per qualcuno.
Il nuovo Piano tenta di intervenire anche su questo punto, prevedendo l’integrazione delle agende pubbliche e private accreditate nel CUP e rafforzando i controlli. Ma un sistema informatico unico non garantisce automaticamente un governo unitario. Se le agende vengono alimentate parzialmente, aggiornate in ritardo o sottratte alla visibilità, avremo semplicemente costruito una piattaforma moderna capace di comunicare con grande efficienza che non c’è posto.
Servono responsabilità precise. Ogni azienda dovrebbe pubblicare i volumi di attività per prestazione e classe di priorità, i tempi effettivi, le ore dedicate all’attività istituzionale e intramuraria, i tassi di mancata presentazione e l’impiego dei percorsi di tutela. Non basta mostrare una media regionale: una media può essere rassicurante mentre interi territori aspettano mesi.
Occorre poi controllare l’appropriatezza prescrittiva senza trasformarla in un comodo alibi. Governare la domanda significa aiutare i professionisti a prescrivere correttamente, utilizzare criteri clinici condivisi e costruire percorsi di presa in carico. Non significa attribuire al medico o al cittadino la responsabilità di ogni carenza. Se una prestazione è appropriata ma non esiste capacità sufficiente per erogarla, il problema resta organizzativo.
Qui diventa decisivo il middle management. Direzioni sanitarie, responsabili di struttura, coordinatori e referenti dei percorsi devono leggere i dati, individuare i colli di bottiglia, integrare professionisti e servizi, verificare il reale utilizzo delle sedute e intervenire sulle prestazioni perse. Senza questa capacità intermedia, il Piano rimarrà sospeso tra il Ministero che emana e lo sportello che continua a dire di riprovare.
Anche la sanzione per chi non disdice va applicata con equilibrio. Recuperare gli appuntamenti inutilizzati è necessario, ma non si può costruire una politica delle liste d’attesa sulla colpevolizzazione dell’assistito. Prima di pretendere puntualità dal cittadino, il sistema deve garantire promemoria efficaci, canali semplici per la cancellazione e informazioni accessibili. La reciprocità istituzionale dovrebbe funzionare in entrambe le direzioni.
Il PNGLA contiene strumenti potenzialmente utili. Il Catalogo ANAC ricorda però che gli strumenti funzionano soltanto se accompagnati da controlli, tracciabilità e responsabilità. Altrimenti il nuovo CUP richiamerà diligentemente il paziente per comunicargli che la prestazione continua a non esserci, mentre nessuno saprà spiegare dove siano finite le ore disponibili.
Le liste d’attesa non si governano soltanto aumentando le prestazioni. Si governano rendendo visibili domanda, offerta, priorità, agende e responsabilità. Perché un appuntamento può mancare per carenza di personale. Ma quando mancano anche i dati, la trasparenza e i controlli, non siamo più davanti a una semplice attesa: siamo davanti a un sistema che chiede tempo ai cittadini, senza rendere conto di come utilizza il proprio.
Guido Gabriele Antonio
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