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Le ferie atipiche di una ginecologa italiana in Madagascar

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Le ferie atipiche di una dottoressa italiana in Madagascar
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Riprendiamo dalle pagine del Secolo XIX la storia di Cristina Tedeschi, ginecologo e medico di famiglia genovese.

C’è un piccolo ospedale in una zona poverissima del Madagascar che è stato fondato ed è tuttora gestito da una onlus italiana, l’associazione Amici di Ampasilava di Bologna, e ha bisogno di aiuto. «Si tratta dell’ospedale Vezo di Andavadoaka, nel Sudovest del Paese, in un villaggio di pescatori senza strade né acqua potabile. La città più vicina è a otto ore di sterrato dall’ospedale, che è diventato il punto di riferimento dell’intera area». Lo racconta Cristina Tedeschi, genovese, 58 anni, ginecologa e medico di famiglia, che ha deciso di trascorrere le sue ferie lavorando lì. «Parto il 25 luglio, insieme a un chirurgo, un anestesista e alcuni medici generici, con un carico di farmaci che in parte ci consegnerà l’associazione e in parte ho raccolto personalmente», spiega.

L’ospedale, gratuito, è dotato di una farmacia, due ecografi, una sala operatoria e un laboratorio analisi. È nato, in accordo con il governo malgascio, nel 2008, grazie a un gastroenterologo italiano che ha deciso di dedicarsi a questi pazienti. «Pazienti che arrivano con le piroghe – prosegue Tedeschi –. I bambini indossano le ciabattine, bevono l’acqua salmastra e perciò soffrono di pressione alta fin da giovani, fanno il bagno nei fiumi e nei laghetti dove ci sono i parassiti e spesso hanno attacchi di epilessia a causa della malaria». Senza dimenticare che le donne iniziano a partorire intorno ai 15 anni.

C’è bisogno di personale. Dall’Italia arrivano in genere tre equipe all’anno, che si fermano in media un mese ciascuna, abitando nell’adiacente alloggio per i volontari, la Corte dei Gechi. E naturalmente non basta: «C’è un farmacista fisso in ospedale, con alcune infermiere, ma manca il personale operatorio, mancano gli specialisti. Tanti medici in pensione potrebbero aiutare». Tedeschi, alla sua prima esperienza di volontariato, parte con il suo compagno, un informatico con 15 anni di esperienza all’Onu: «Era tanto che desideravo fare questo tipo di esperienza, anche per dare più senso al mio lavoro: non mi basta stare ferma in uno studio. Sono stata medico di bordo, ho lavorato alle emergenze del Santa Corona, al centro trapianti del San Martino. Ho aspettato qualche anno per mia figlia, quando era più piccola. Ma ora è maggiorenne, viaggia anche lei e può capire».

Redazione Nurse Times

Fonte: Il Secolo XIX

 

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