Il 30 ottobre, nella Sala Consiliare del Comune di Bari, il Forum infermieristico “Qualità, sicurezza e rischio clinico – Pathway, ricerca, eccellenza” ha riunito professionisti, ricercatori ed esperti attorno a questioni che riguardano direttamente il futuro delle organizzazioni sanitarie.
Un appuntamento promosso dall’IRCCS Istituto Tumori “Giovanni Paolo II” di Bari, costruito attraverso il lavoro di un Comitato scientifico composto da cinque professionisti e arricchito dal contributo di una faculty multidisciplinare. Ma soprattutto un’occasione per interrogarsi su una contraddizione ancora presente nel nostro sistema sanitario: chiediamo agli infermieri di garantire qualità e sicurezza, ma quanto spazio riconosciamo loro nelle decisioni che dovrebbero renderle possibili?
La sanità italiana ha imparato a parlare molto di qualità. La ritroviamo nei documenti di programmazione, nei sistemi di accreditamento, nelle procedure aziendali, negli obiettivi di performance e, naturalmente, nei programmi dei convegni. È diventata una parola imprescindibile nel linguaggio delle organizzazioni sanitarie, tanto utilizzata da rischiare, qualche volta, di perdere il proprio significato.
Perché dichiarare di perseguire la qualità è relativamente semplice; costruire le condizioni organizzative affinché questa diventi una caratteristica misurabile dell’assistenza è una questione decisamente più complessa. È da questa considerazione che ritengo opportuno leggere il Forum infermieristico “Qualità, sicurezza e rischio clinico – Pathway, ricerca, eccellenza”, svoltosi il 30 ottobre 2026 nella Sala Consiliare del Comune di Bari, su iniziativa dell’IRCCS Istituto Tumori “Giovanni Paolo II”.
Ho avuto l’opportunità di contribuire alla giornata moderandone la prima sessione scientifica e credo che il valore di appuntamenti come questo non debba essere ricercato esclusivamente nella quantità degli interventi o nel prestigio dei professionisti coinvolti, ma soprattutto nella capacità di riportare al centro del confronto questioni che troppo spesso rimangono confinate alle dichiarazioni di principio.
La qualità, la sicurezza e il governo del rischio clinico non sono argomenti riservati a pochi uffici aziendali: riguardano direttamente il modo in cui organizziamo il lavoro, distribuiamo le responsabilità, valutiamo i risultati e riconosciamo il contributo delle professioni sanitarie.
In questa prospettiva assume particolare significato il lavoro del Comitato scientifico, composto da Giuseppe Colonna, Claudio Morelli, Giuseppe Fumai, Anna Colantoni e Francesco Menolascina, che hanno ideato e coordinato collegialmente il Forum, contribuendo alla costruzione di un programma capace di mettere in relazione ricerca, organizzazione e pratica assistenziale. Un aspetto che ritengo meriti di essere sottolineato, perché dietro un evento scientifico non ci sono soltanto le relazioni presentate durante la giornata, ma soprattutto il lavoro necessario a individuare i contenuti, costruire un percorso coerente, coinvolgere competenze differenti e creare occasioni di confronto.
Il programma ha scelto di non limitarsi al rischio clinico inteso come gestione dell’errore, affrontando anche l’etica delle decisioni, la misurazione della qualità, l’accreditamento, i modelli organizzativi, la ricerca e la continuità assistenziale. La presenza di una sessione poster ha rappresentato un ulteriore elemento di interesse, riconoscendo uno spazio alla produzione scientifica dei professionisti. Ed è proprio questo, a mio avviso, uno dei passaggi sui quali l’infermieristica dovrebbe continuare a investire: non soltanto acquisire conoscenze prodotte da altri, ma sviluppare ricerca, contribuire alla costruzione delle evidenze e partecipare alla definizione degli strumenti attraverso i quali vengono valutati i processi assistenziali.
La prima sessione, che ho avuto il compito di moderare, ha messo in relazione aspetti che spesso vengono affrontati separatamente, pur appartenendo alla medesima dimensione del governo clinico. Giuseppe Colonna ha approfondito gli aspetti etici della sicurezza delle cure in oncologia, richiamando il confronto tra approcci organizzativi top-down e bottom-up. Giuseppe Fumai ha portato l’esperienza del modello andaluso delle DOA, collegandola alle tassonomie infermieristiche NNN e alla valutazione dell’efficacia degli interventi assistenziali.
Pio Lattarulo ha affrontato il rapporto tra etica e responsabilità, mentre Federico Ruta ha presentato uno studio italiano sulla scala PSNCQQ, dedicata alla misurazione della qualità assistenziale percepita dai pazienti. Marco Bonerba ha sviluppato una riflessione sulla centralità della persona nel sistema salute, tra qualità, sicurezza e rischio clinico, mentre Carmelinda Angrisani ha approfondito il percorso di accreditamento di fase 1, dal laboratorio alla corsia. Contributi differenti, ma riconducibili a una questione comune: chi stabilisce cosa sia realmente un’assistenza di qualità e attraverso quali strumenti siamo in grado di dimostrarlo?
È una domanda tutt’altro che secondaria, perché il rischio di alcune organizzazioni è quello di costruire sistemi molto efficienti nel documentare la conformità alle procedure, senza interrogarsi con la stessa intensità sulla loro effettiva capacità di produrre risultati assistenziali. L’accreditamento rappresenta uno strumento importante, ma non dovrebbe mai trasformarsi in un obiettivo autoreferenziale. Il punto non è soltanto dimostrare di rispettare uno standard, ma comprendere se quello standard contribuisca concretamente alla sicurezza e alla qualità delle cure.
Il confronto è proseguito nella seconda sessione, moderata da Vito Grazio Altieri ed Elsa Vitale, con approfondimenti che hanno ulteriormente collegato la dimensione scientifica a quella organizzativa.
Francesco Menolascina ha introdotto l’utilizzo dei software Jamovi e IRaMuTeQ nell’analisi dei dati quantitativi e testuali, offrendo uno spunto sul rapporto tra ricerca infermieristica e capacità di interpretare i fenomeni assistenziali.
Maria Teresa Curci e Chiara De Meo hanno affrontato il ruolo dell’infermiere nei percorsi oncologici, dalla presa in carico all’educazione terapeutica, fino alla gestione dei sintomi e alla continuità tra ospedale e territorio.
Claudio Morelli ha approfondito i processi di accreditamento in oncologia, gli standard OECI e il progetto europeo EUnetCCC, mentre Verdiana La Grotta ha portato l’attenzione sul cyberdowntime, affrontando il rapporto tra formazione, rischio e continuità operativa. Quest’ultimo tema, in particolare, richiama una questione organizzativa che meriterebbe maggiore attenzione: la crescente digitalizzazione dei servizi sanitari non può essere accompagnata soltanto dall’introduzione di nuovi strumenti, ma deve prevedere la capacità delle organizzazioni di governarne le vulnerabilità. Anche in questo caso, la sicurezza non dipende esclusivamente dalla tecnologia disponibile, ma dalla preparazione delle persone e dall’esistenza di processi capaci di garantire risposte appropriate nelle situazioni critiche.
La terza sessione, moderata da Giorgia Chetta e Giuseppe Fumai, ha spostato il confronto sulle sfide del Mezzogiorno in materia di qualità e accreditamento, attraverso una tavola rotonda che ha coinvolto Maurizio Gnazzi, Mauro Carmine Martucci, Domenico Lagreca, Anna Colantoni e Pio Lattarulo.
Un tema che, soprattutto nel contesto meridionale, non dovrebbe essere affrontato esclusivamente attraverso il confronto tra modelli teorici o esperienze di eccellenza, ma anche interrogandosi sulle condizioni necessarie affinché determinate pratiche possano essere effettivamente applicate.
Perché un conto è definire un modello organizzativo, un altro è garantirne la sostenibilità attraverso personale adeguato, competenze, strumenti di misurazione e continuità gestionale. Una riflessione che riguarda direttamente anche le professioni infermieristiche, chiamate quotidianamente a confrontarsi con gli effetti di decisioni organizzative sulle quali non sempre hanno possibilità di incidere. È qui che la qualità incontra inevitabilmente il tema della governance: non possiamo pretendere responsabilità professionale senza riconoscere adeguati spazi di partecipazione ai processi decisionali.
A dare consistenza al programma è stata una faculty multidisciplinare composta da venti professionisti, nella quale hanno trovato spazio competenze cliniche, scientifiche, organizzative e gestionali. Ne hanno fatto parte Domenico Lagreca, Federico Ruta, Mauro Carmine Martucci, Pio Lattarulo, Monica Matarrelli, Claudio Morelli, Francesco Menolascina, Marco Bonerba, Giuseppe Fumai, Chiara De Meo, Elsa Vitale, Giuseppe Colonna, Giorgia Chetta, Verdiana La Grotta, Anna Colantoni, Gabriele Antonio Guido, Carmelinda Angrisani, Maria Teresa Curci, Maurizio Gnazzi e Vito Grazio Altieri.
Il Forum, accreditato per sei crediti ECM, si è inserito in una cornice istituzionale che ha visto nel programma il coinvolgimento delle direzioni dell’IRCCS Istituto Tumori di Bari, con Tommaso Antonio Stallone, Raffaella Massafra, Vito Campanile e Anna Colantoni, oltre al presidente dell’OPI Bari Roberto Greco e al sindaco di Bari Vito Leccese.
L’iniziativa ha ricevuto inoltre il patrocinio dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Bari, della Società Italiana per la Direzione e il Management delle Professioni Infermieristiche (SIDMI), dell’Associazione Nazionale Infermieri Qualità e Rischio Clinico (ANIQRC), di ANIPIO, dell’Associazione Italiana Infermieri di Area Oncologica (AIIAO) e di Sigma, attraverso il Phi Gamma Chapter. Una partecipazione che evidenzia come il tema della qualità assistenziale attraversi differenti ambiti della professione e richieda un confronto che non può esaurirsi all’interno delle singole aziende sanitarie.
Rimane, tuttavia, una questione che considero centrale e che riguarda non soltanto il Forum di Bari, ma più in generale il modo in cui il nostro Servizio Sanitario Nazionale interpreta il contributo infermieristico alla qualità. Siamo abituati a chiedere agli infermieri di rispettare protocolli, prevenire eventi avversi, garantire tracciabilità, partecipare agli audit, documentare le attività e contribuire al raggiungimento degli obiettivi aziendali. Tutte responsabilità necessarie, che appartengono pienamente alla professione. Ma quanto frequentemente gli stessi professionisti vengono coinvolti nella definizione di quegli obiettivi, nella progettazione dei processi o nella valutazione delle scelte organizzative che incidono direttamente sulla sicurezza delle cure?
È una contraddizione sulla quale credo sia necessario continuare a riflettere. Non basta riconoscere formalmente il valore delle competenze infermieristiche se poi la loro applicazione nei processi decisionali rimane marginale. E non è sufficiente promuovere la cultura della sicurezza attraverso eventi formativi se questa non trova successivamente riscontro nella gestione quotidiana delle organizzazioni, nella valorizzazione della ricerca e nella possibilità per i professionisti di incidere sui modelli assistenziali.
Il Forum di Bari, attraverso il lavoro dei cinque componenti del Comitato scientifico, il contributo della faculty e la partecipazione delle realtà professionali coinvolte, ha offerto un’occasione per riportare queste questioni all’attenzione del dibattito sanitario. Non sarebbe corretto attribuire a una singola giornata la capacità di modificare problemi organizzativi che richiedono decisioni strutturali, investimenti e continuità di governo. Sarebbe però altrettanto riduttivo considerare questi appuntamenti semplicemente come occasioni di aggiornamento professionale. Il loro valore può risiedere anche nella capacità di costruire relazioni scientifiche, mettere in discussione modelli consolidati e alimentare una consapevolezza professionale che non si limiti all’esecuzione delle attività assistenziali.
Perché la qualità non si misura dal numero di procedure prodotte, né dalla quantità di eventi organizzati per discuterne. Si misura dalla capacità di trasformare conoscenze, competenze e responsabilità in decisioni organizzative migliori. E se vogliamo davvero parlare di sicurezza delle cure, dobbiamo iniziare a considerare gli infermieri non soltanto come professionisti ai quali chiedere di garantire determinati standard, ma anche come soggetti che devono contribuire a definirli, governarli e valutarli. Altrimenti continueremo a parlare di qualità nei luoghi della formazione, salvo poi lasciare irrisolte le contraddizioni nei luoghi in cui quella qualità dovrebbe essere concretamente garantita.
Guido Gabriele
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