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Ferite croniche e biofilm: la buona pratica è stata pubblicata, ora bisogna renderla praticabile

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L’Iss pubblica le raccomandazioni sulla gestione delle lesioni croniche con biofilm. Ma tra il documento scientifico e il letto del paziente restano formazione, dispositivi, percorsi vascolari e responsabilità organizzative.

La raccomandazione è arrivata. Adesso comincia la parte difficile: applicarla. Il 22 ottobre l’Istituto Superiore di Sanità (Iss) ha pubblicato nel Sistema nazionale linee guida una nuova buona pratica clinico-assistenziale sulla gestione locale delle lesioni croniche con biofilm nell’adulto. Il documento, elaborato con AISLeC come ente capofila e la collaborazione di AIUC, rappresenta un passaggio importante per un ambito nel quale appropriatezza clinica, competenza infermieristica e organizzazione dei servizi si incontrano ogni giorno.

Tra le indicazioni riportate vi sono l’inappropriatezza dell’impiego ordinario degli antibiotici topici e la necessità di evitare il debridement di un’escara secca quando si sospetta un’ischemia, prima che sia stata effettuata una valutazione vascolare. Non si tratta di dettagli riservati agli specialisti: sono decisioni che incidono sulla sicurezza, sui tempi di guarigione, sul rischio di complicanze e sull’uso delle risorse. Proprio per questo non possono essere affidate soltanto alla preparazione o alla buona volontà del singolo professionista.

Una raccomandazione pubblicata non modifica automaticamente la pratica. Per farlo deve entrare nei percorsi aziendali, nelle procedure, nella formazione e nella documentazione clinico-assistenziale. Bisogna chiarire chi effettua la valutazione iniziale, quando si attiva la consulenza specialistica, come viene garantito l’accesso alla valutazione vascolare, quali dispositivi siano disponibili e chi controlli gli esiti. In assenza di questa traduzione organizzativa, il documento resta scientificamente valido ma operativamente distante.

Il problema diventa ancora più evidente quando il paziente attraversa servizi diversi. Una lesione cronica può essere gestita a domicilio, nell’ambulatorio infermieristico, in una Rsa, durante un ricovero o attraverso consulenze specialistiche. Se ciascun setting utilizza valutazioni, prodotti e criteri differenti, la continuità assistenziale si interrompe proprio dove dovrebbe diventare più rigorosa. Il cittadino riceve indicazioni diverse; il professionista successivo deve ricostruire ciò che è stato fatto; l’azienda paga materiali e prestazioni senza riuscire sempre a valutare il risultato complessivo.

Anche la documentazione merita più attenzione. Registrare che una medicazione è stata eseguita non equivale a documentare il ragionamento clinico. Servono valutazione della lesione, caratteristiche dei tessuti, segni compatibili con infezione o biofilm, condizioni vascolari, obiettivi assistenziali, trattamento scelto e motivazione dell’eventuale scostamento dalle raccomandazioni. Non per trasformare la cartella in un esercizio difensivo, ma per rendere leggibile il percorso e permettere all’équipe di assumere decisioni coerenti.

La Legge 24/2017 attribuisce rilievo alle linee guida e, in loro assenza, alle buone pratiche clinico-assistenziali, considerando comunque le specificità del caso concreto. Questo significa che le raccomandazioni non sostituiscono il giudizio professionale. Significa però anche che le aziende non possono pretendere appropriatezza senza predisporre condizioni adeguate. Chiedere al professionista di applicare una buona pratica senza formazione, dispositivi o accesso tempestivo alle consulenze significa trasferire su di lui una responsabilità che è anche organizzativa.

L’implementazione potrebbe partire da una ricognizione semplice: quanti pazienti con lesioni croniche vengono assistiti nei diversi setting, quali professionisti li seguono, quali percorsi di consulenza esistono, quali prodotti vengono utilizzati e quali esiti sono misurati. Su questa base andrebbero definiti referenti aziendali, formazione mirata, criteri di invio e indicatori condivisi: tempi di guarigione, complicanze, ricoveri evitabili, appropriatezza nell’uso degli antimicrobici e continuità della documentazione.

La pubblicazione dell’Iss valorizza il contributo scientifico dell’infermieristica e offre un riferimento autorevole. Sarebbe però paradossale celebrarne il riconoscimento professionale lasciando poi ogni infermiere solo davanti alla lesione, al carrello disponibile e alla procedura aziendale ferma a qualche anno prima. Le buone pratiche migliorano l’assistenza quando diventano sistema. Prima, sono soltanto ottimi documenti.

Guido Gabriele Antonio

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