C’è una regola non scritta che sembra governare la sanità italiana: quando tutto va bene, il merito è della politica; quando qualcosa va male, il conto è dei cittadini. È una dinamica che si ripete da anni e che oggi torna a manifestarsi con una semplicità quasi disarmante.
I conti della sanità non tornano. Il disavanzo cresce. Le spese aumentano. E la soluzione quale sarebbe? Aumentare le tasse. Ancora una volta. Attenzione, non stiamo parlando della legittimità tecnica della scelta. Stiamo parlando del principio. Perché in qualsiasi altro settore, quando un’organizzazione accumula problemi strutturali, la prima domanda riguarda la gestione.
In sanità, invece, la prima domanda riguarda il portafoglio dei cittadini. È un meccanismo curioso. Se le liste d’attesa crescono, paga il cittadino. Se la mobilità passiva aumenta, paga il cittadino. Se il sistema non riesce a trattenere professionisti, paga il cittadino. Se i costi sfuggono al controllo, paga il cittadino.
Come se la fiscalità fosse diventata una specie di carta di credito infinita con cui coprire qualsiasi falla organizzativa. Eppure la sanità non è un fenomeno meteorologico. Non è una tempesta. Non è un terremoto. È un sistema governato da persone. Persone che pianificano. Persone che decidono. Persone che organizzano. O almeno dovrebbero.
Prendiamo la carenza di personale. Qualcuno può davvero sostenere che fosse imprevedibile? I pensionamenti erano noti. L’invecchiamento della popolazione era noto. La fuga verso il privato era nota. La perdita di attrattività delle professioni sanitarie era nota. Eppure oggi ci comportiamo come se fossimo davanti a una catastrofe improvvisa.
Lo stesso vale per le liste d’attesa, per la mobilità sanitaria, per le difficoltà dei servizi territoriali. Problemi conosciuti da anni. Problemi discussi da anni. Problemi che oggi presentano il conto. E quando il conto arriva, la soluzione proposta è sempre la stessa. Non chiedersi cosa non abbia funzionato. Non interrogarsi sulle scelte. Non aprire una riflessione sul modello. Ma cercare nuove entrate.
È come se un amministratore di condominio lasciasse degradare un palazzo per anni e poi, quando il tetto crolla, chiedesse semplicemente ai condomini di aumentare la quota. Forse necessario. Ma certamente non sufficiente. Perché il problema non è il pagamento della riparazione. Il problema è capire perché siamo arrivati a quel punto. E qui emerge il grande equivoco della sanità italiana. Si discute sempre di risorse. Troppo poco di responsabilità.
Perché i soldi servono. Servono eccome. Ma da soli non correggono una cattiva programmazione. Non trattengono automaticamente i professionisti. Non riducono da soli le liste d’attesa. Non ricostruiscono la fiducia dei cittadini. La verità è che stiamo affrontando problemi strutturali con strumenti contabili. E i problemi strutturali hanno una cattiva abitudine. Tornano sempre. Anche dopo l’ennesimo aumento. Anche dopo l’ennesimo finanziamento. Anche dopo l’ennesimo piano straordinario.
Per questo la domanda che manca nel dibattito non è “quanto dovranno pagare i cittadini?”. La domanda è un’altra: se ogni volta che il sistema sbaglia il conto arriva ai contribuenti, chi paga davvero gli errori del sistema?
Guido Gabriele Antonio
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