Si dice che non ci siano infermieri. Che il bacino nazionale sia esaurito. Che l’unica strada possibile sia cercare altrove ciò che manca. Così il reclutamento di infermieri dall’estero diventa una risposta strutturale. Non più un intervento temporaneo, ma una strategia ripetuta, normalizzata. E anche in questo caso il linguaggio è rassicurante: pragmatismo, efficienza, continuità.
Ma anche qui il punto non è cosa facciamo, bensì perché lo facciamo. Se il problema fosse davvero solo numerico, basterebbe aumentare l’offerta. Ma se migliaia di infermieri formati in Italia scelgono di andarsene, allora il problema non è l’assenza di professionisti, bensì l’assenza di condizioni che rendano sensato restare.
Reclutare dall’estero permette di tenere aperti i reparti. Questo è vero. Ma permette anche di rimandare una riflessione più scomoda: perché chi conosce bene questo sistema non lo sceglie più? Forse dovremmo iniziare a misurare il successo delle politiche sanitarie non da quanti infermieri entrano ogni anno, ma da quanti decidono di non andarsene. Perché trattenere è sempre più difficile che sostituire, ma è anche l’unico indicatore che dice se un lavoro è davvero sostenibile.
Un sistema che importa professionisti senza interrogarsi su ciò che li spinge a partire non risolve una carenza. La redistribuisce. La sposta. La rende meno visibile. E forse la vera alternativa non è tra reclutare qui o reclutare altrove, ma tra continuare a cambiare le persone o iniziare finalmente a cambiare le condizioni.
Guido Gabriele Antonio
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