Documentazione ridondante, compiti non infermieristici, pause saltate. Una concept analysis pubblicata sull’International Journal of Nursing Studies riunisce questi fenomeni sotto un’unica etichetta: “nursing-related time toxicity”. Non porta dati nuovi, ma offre una cornice utile a chi organizza il lavoro in reparto e sul territorio.
In oncologia si parla da qualche anno di “time toxicity”: il tempo che i pazienti perdono tra esami, attese e spostamenti legati alle cure. Un gruppo di ricercatori della Shanghai Jiao Tong University ha applicato lo stesso concetto al lavoro degli infermieri.
Lo studio, pubblicato a settembre 2026 sull’International Journal of Nursing Studies, è una concept analysis evolutiva condotta con il metodo di Rodgers. Non misura nulla: prova a definire un fenomeno che finora era disperso sotto molti nomi diversi.
Gli autori hanno interrogato sei banche dati tra maggio e giugno 2026 e incluso 23 studi pubblicati tra il 2009 e il 2026. Nessuno usava l’espressione “time toxicity”. Tutti, però, descrivevano pezzi dello stesso problema: carico documentale, peso della cartella elettronica, attività non infermieristiche, assistenza a basso valore, pressione temporale, cure lasciate indietro, razionamento implicito, pause saltate.
Cinque modi di perdere il tempo
L’analisi individua cinque attributi che definiscono il concetto:
- tempo occupato da attività a basso valore o non infermieristiche;
- tempo consumato dalla documentazione e dalla cartella elettronica;
- assistenza diretta e relazione con il paziente che vengono spostate o compresse;
- pressione, scarsità di tempo e continua scelta delle priorità;
- perdita del recupero, con ricadute anche fuori dal turno.
L’ultimo punto merita attenzione. Il tempo tossico non finisce con la timbratura: si ritrova nelle pause non fatte, negli straordinari, nella stanchezza che si porta a casa.
Cause e conseguenze
Tra gli antecedenti lo studio elenca le condizioni organizzative e di organico, la tecnologia, il disallineamento dei ruoli e le richieste normative, oltre alla complessità clinica dei pazienti.
Tra le conseguenze: cure incomplete o omesse, rischi per la sicurezza e la continuità dell’assistenza, effetti sul benessere degli infermieri, ricadute sui flussi di lavoro dell’organizzazione.
Gli autori precisano che il concetto si sovrappone a carico di lavoro, peso documentale, missed care e burnout, ma non coincide con nessuno di questi. Il valore sta nell’angolo di osservazione: non quanto si lavora, ma che cosa si fa con il tempo disponibile.
I numeri italiani che già conosciamo
In Italia una parte del fenomeno è già stata misurata. Uno studio osservazionale del comitato scientifico Cersi-Fnopi, condotto nel 2023 in 46 aziende sanitarie di 18 Regioni, ha coinvolto 2.549 infermieri dell’assistenza domiciliare. In media ciascuno riferiva 5,1 attività di cura mancate su 9 considerate, e il 20,3% dichiarava l’intenzione di lasciare il lavoro.
Una scoping review italiana pubblicata nel 2025, su 24 studi, descrive una correlazione costante tra cure mancate e intenzione di lasciare. Il tempo sottratto all’assistenza, quindi, non pesa solo sui pazienti. Pesa sulla capacità delle aziende di trattenere il personale, cioè proprio sulla risorsa che manca.
Nurse Times ha dato conto a ottobre anche dei dati sulle attività improprie, con stime indicative tra il 20 e il 30% del tempo di lavoro, da leggere con cautela e non estendibili automaticamente a tutti gli ospedali.
Le domande del coordinatore
La concept analysis non propone soluzioni, e va detto. Suggerisce però dove guardare. Dentro un’unità operativa, alcune domande sono alla portata di chiunque coordini un gruppo:
- quali registrazioni vengono compilate due volte, su carta e in cartella elettronica;
- quali attività potrebbero passare a operatori di supporto, personale amministrativo o servizi logistici, se ci fossero;
- quante pause vengono saltate, e in quali fasce orarie;
- quanto tempo si perde per recuperare farmaci, presidi, letti e trasporti.
Sono domande che chiedono dati, non impressioni. E portano alla direzione argomenti più solidi della sola stanchezza percepita.
I limiti
Si tratta di un’analisi concettuale su 23 studi, senza dati nuovi. La definizione è una proposta degli autori: andrà tradotta in strumenti di misura validati e verificata sul campo, anche nel contesto italiano.
Dare un nome a un problema, però, è spesso il primo passo per contarlo. E ciò che si conta, prima o poi, entra nei piani di organico. Il turno dura sempre le stesse ore. La differenza la fa quanto di quel tempo resta al paziente.
Antonio Leuci
Fonti
- Wang X. et al., Nursing-related time toxicity: An evolutionary concept analysis, Int J Nurs Stud 2026 (PubMed)
- Bagnasco A. et al., Working conditions, missed care and patient experience in home care nursing in Italy, Public Health Nurs 2024 (PubMed)
- Azzellino G. et al., Intention to leave and missed nursing care: A scoping review, Int J Nurs Stud Adv 2025 (PubMed)
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