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Coronavirus, scenario cambiato nelle terapie intensive: chi ci finisce oggi?

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Coronavirus, studio australiano rivela: "Terapia intensiva 16 volte più probabile per i non vaccinati"
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Dai no vax ai vaccinati fragili. Antonello Giarratano, presidente Siaarti, spiega chi viene ricoverato negli ultimi tempi.

Lo scenario del coronavirus nelle terapie intensive è cambiato. Oggi abbiamo tre tipologie di pazienti ricoverati: i no vax, che arrivano anche con polmoniti molto gravi e hanno subito bisogno di supporto respiratorio; i pazienti fragili vaccinati, come chi soffre di insufficienza cardiaca, respiratoria o renale, cirrosi epatica, diabete, ma anche malati oncologici; chi va incontro a problemi gravi di salute, come ictus o incidenti, e dopo il ricovero risulta positivo, e dunque deve stare in reparti isolati. A spiegarlo è Antonello Giarratano, presidente della Società scientifica italiana degli anestesisti rianimatori e terapisti del dolore (Siaarti).

Senza tripla vaccinazione, precisa Giarratano, “avremmo avuto un 80% di mortalità nel gruppo di pazienti fragili in cui oggi l’infezione da Sars-Cov-2, pur non manifestandosi polmoniti gravi, produce un aggravamento della disfunzione d’organo precedentemente presente”.

Oggi, a livello nazionale, abbiamo un tasso di occupazione delle intensive molto basso rispetto allo scorso anno, pari al 5% dei posti disponibili. Ma in alcune regioni, come Calabria e Sardegna, arriva e supera il doppio del valore nazionale. In Calabria siamo al 10,6%, mentre in Sardegna al 12,3% (entrambe le regioni sarebbero in zona gialla se fosse ancora in vigore il sistema a colori abolito dal 31 marzo).

Anche la percentuale dei ricoveri nei reparti ordinari è in crescita. A livello nazionale siamo al 15,8%, con punte del 40,2% in Umbria e del 33,9% in Calabria. Ma sono alte le percentuali anche in Sicilia (26,9%) e in Basilicata (26,5%).

“Siamo al lavoro, anche in collaborazione con l’Istituto superiore di Sanità – prosegue Giarratano – per capire se le percentuali più elevate sono correlate alla prevalenza di una tipologia di pazienti più fragili sul territorio regionale, e quindi a fattori clinici, o se possa esser collegato a carenze e modelli organizzativi diversi. Ad esempio, alla presenza di pochi posti letto anche in terapia sub-intensiva nella regione, cosa che impone di trasferire questi pazienti Covid direttamente in intensiva. Purtroppo ogni regione adotta modelli organizzativi autonomi rispetto al numero di posti dedicati”.

Secondo Giarratano, sembra essere “rientrato il problema di chi non vuol essere intubato, anche perché i numeri inferiori di pazienti che vi arrivano permettono rapporti più sereni e maggior dialogo con gli operatori sanitari”.

Non è invece diminuito lo stress degli operatori sanitari: “Sebbene la mole di lavoro non abbia più i ritmi forsennati dello scorso anno, soprattutto in alcune strutture più grandi che fanno da riferimento a un ampio territorio, c’è ancora lo stress di dover lavorare totalmente bardati su pazienti a elevata mortalità, aumentando il rischio di contagio per se stessi e i propri cari. E ormai si prolunga da tanti, troppi mesi”.

Redazione Nurse Times

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