Dopo Sicilia Express, arriva Salute!. Il cinema sceglie l’ospedale per raccontare l’Italia. Al centro, ancora una volta, c’è l’équipe che regge le corsie, giorno e notte.
Lo scorso Natale erano stati Ficarra e Picone, con la miniserie Sicilia Express, a raccontare due infermieri siciliani che lavorano a Milano e vivono con il cuore nell’isola. Quest’anno, il 25 dicembre, arriverà nelle sale Salute!, di Riccardo Milani, con Antonio Albanese e Virginia Raffaele: un chirurgo estetico più presente sui social che in corsia, una primaria che non molla mai e un piccolo ospedale molisano, il Sant’Onofrio Martire, dove gli infermieri ballano lo joropo e tra un letto e l’altro si mangiano pallotte cacio e ova.
Due Natali di seguito, la sanità entra nelle sale e nelle case degli italiani attraverso la commedia. Non è un caso: quando il racconto popolare sceglie l’ospedale per parlare del Paese, significa che la salute è percepita come uno dei pilastri della comunità, e che le sue fragilità riguardano tutti. L’ironia diventa allora un modo per dire ciò che, detto altrimenti, rischierebbe di non essere ascoltato.
Chi ha lavorato in sanità sa però che il cuore della cura sta nelle ore che nessuno vede. Sono le tre di notte, la città dorme, quando dalla centrale operativa del 118 arriva la chiamata: un incidente sulla statale, un’auto fuori strada, una persona incastrata tra le lamiere.
L’infermiere sale sull’ambulanza infilandosi ancora la giacca, l’autista soccorritore guida nel buio con mani ferme e guadagna minuti preziosi senza mai mettere a rischio l’equipaggio, il medico raggiunge il luogo dell’impatto. Vie aeree, colonna, accesso venoso: ciascuno sa cosa fare, senza bisogno di parole. Sull’asfalto bagnato, la vita di uno sconosciuto dipende da gesti ripetuti mille volte e mai uguali.
Nello stesso momento, in un reparto, la luce dei corridoi è bassa e si sente solo il ronzio dei monitor. L’infermiere del turno di notte, durante il giro letti, si accorge che un paziente respira con fatica, o che un anziano all’improvviso non riconosce più la propria stanza e cerca con lo sguardo un volto conosciuto. Il medico, chiamato, arriva e si fida di quella segnalazione, perché nasce da un’osservazione continua che nessun esame strumentale può sostituire.
Intorno a loro l’ospedale non dorme: il tecnico di radiologia esegue la TC urgente, il tecnico di laboratorio processa gli esami, l’ostetrica veglia in sala parto, gli operatori socio-sanitari restano accanto ai malati, una mano sulla spalla di chi ha paura. Non ci sono gerarchie: c’è una persona da proteggere e un’intera équipe che parla la stessa lingua, quella di chi salva vite e si prende cura dei malati nella fase acuta.
Quella lingua comune ha una storia: da molti anni infermieri, ostetriche e tecnici sanitari sono professionisti laureati, ciascuno con una responsabilità propria. Ruoli distinti, tutti indispensabili.
Nei piccoli presìdi delle aree interne, come quello immaginato da Milani, dove un medico copre più reparti e un infermiere segue più pazienti di quanti dovrebbe, il lavoro di squadra è l’unica condizione perché il servizio resti aperto. Lo stesso accade, già oggi, nelle strutture socio-sanitarie accreditate convenzionate con il Servizio sanitario nazionale: gli infermieri mancano, e chi resta fa i salti mortali per coprire i turni e non lasciare soli i pazienti.
E i Salvo e Valentino di Sicilia Express non sono solo personaggi: sono i tanti professionisti del Sud che partono verso il Nord con una valigia in mano e il cuore rimasto a casa, lasciando ancora più sguarniti gli ospedali e le strutture della propria terra. Secondo il 19° Rapporto CREA Sanità mancano oltre 60mila infermieri, e nei prossimi dieci anni ne andranno in pensione circa 100mila.
Milani accompagna il film con una frase semplice: “Il diritto alla salute appartiene a tutti noi”. Appartiene anche a chi quella salute la custodisce ogni giorno: medici, infermieri, fisioterapisti, logopedisti, ostetriche, tecnici sanitari, operatori socio-sanitari e tutti i professionisti della cura.
Se il pubblico, uscendo dalla sala, porterà con sé un sorriso e la consapevolezza che dietro ogni guarigione c’è una squadra intera, sostenuta da un Servizio sanitario nazionale capace di prendersi cura di chi ne ha bisogno, il cinema avrà fatto la sua parte. Al resto dovranno pensare le istituzioni: organici adeguati, contratti rinnovati, competenze riconosciute.
Tra i professionisti della cura c’è chi il rinnovo del contratto lo attende da troppo tempo: il personale degli ospedali classificati e delle cliniche accreditati convenzionati Aris e Aiop, con il contratto scaduto nel 2018, otto lunghi Natali. E il personale delle strutture socio-sanitarie accreditate convenzionate Aris Rsa e Aiop Rsa, con il contratto fermo al 2012, quattordici Natali.
In quei reparti la notte di Natale si lavora come tutte le altre notti, con la stessa competenza e la stessa dedizione, mentre la busta paga resta ferma nel tempo. Il prossimo anno sogniamo un film anche su di loro: sono la seconda gamba della sanità italiana. Perché la cura, quella vera, non è mai il gesto di uno solo.
Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico
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