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Aggressioni al Perrino di Brindisi: 5 episodi in poche settimane. La violenza non è un rischio del mestiere

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Nursind Brindisi: “Da febbraio meno infermieri al Perrino”
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Opi Brindisi richiama l’attenzione sulla sicurezza degli operatori dopo un nuovo episodio di violenza al Pronto soccorso dell’ospedale Perrino. Proteggere chi assiste non significa contrapporre professionisti e cittadini, ma organizzare servizi capaci di prevenire tensioni, intervenire rapidamente e garantire cure più sicure per tutti.

Cinque aggressioni in poche settimane non rappresentano una casualità. Sono un segnale. L’ultimo episodio segnalato Opi Brindisi si sarebbe verificato nel Pronto soccorso dell’ospedale Perrino e avrebbe coinvolto due infermieri e altri operatori impegnati nell’assistenza. Secondo quanto comunicato dall’Ordine, altri episodi avrebbero già interessato Psichiatria, Ortopedia, Pneumologia e Centro Ustioni.

Luoghi differenti, professionisti differenti, ma lo stesso problema: chi entra in servizio per curare una persona non può mettere in conto di essere insultato, minacciato o aggredito. Può sembrare un’affermazione ovvia. Eppure, nella sanità italiana, la violenza viene ancora troppo spesso trattata come una conseguenza inevitabile del lavoro a contatto con il pubblico. Quasi una voce non scritta del contratto: turni, responsabilità, carenza di personale e, se capita, anche un’aggressione.

Non è così. Lavorare nella sofferenza, nell’urgenza e nella paura significa certamente confrontarsi con persone preoccupate, disorientate o arrabbiate. Comprendere questa condizione è parte della relazione assistenziale. Ma comprendere il disagio non significa giustificare la violenza. Perché pronto soccorso e reparti sono ambienti vulnerabili.

Le aggressioni non nascono tutte nello stesso modo. Possono essere favorite da attese prolungate, sovraffollamento, difficoltà comunicative, aspettative irrealistiche, condizioni cliniche o psichiatriche particolari e consumo di sostanze. In alcuni casi, però, derivano semplicemente da comportamenti violenti che non possono essere ricondotti alle difficoltà del sistema.

Il pronto soccorso concentra molti di questi fattori nello stesso luogo. I pazienti arrivano senza appuntamento, spesso impauriti e convinti che il proprio problema debba essere affrontato immediatamente. Il personale, invece, deve attribuire le priorità sulla base della gravità clinica.

Questo significa che chi arriva dopo può essere visitato prima, se presenta condizioni più urgenti. È il principio del triage, indispensabile per tutelare le persone maggiormente a rischio, ma non sempre compreso da pazienti e familiari.

Quando l’attesa si allunga e le informazioni sono insufficienti, la tensione aumenta. Tuttavia, il problema non si risolve chiedendo agli infermieri di “saper gestire meglio” la rabbia degli utenti. La comunicazione è importante, ma non può sostituire organici adeguati, percorsi chiari e sistemi di sicurezza funzionanti.

Un professionista può spiegare i tempi e le priorità. Non può contemporaneamente assistere più pazienti, controllare ogni accesso e trasformarsi nel responsabile della sicurezza del reparto.

Sicurezza non significa soltanto una guardia davanti alla porta

Dopo ogni aggressione si invoca il potenziamento della vigilanza. È una richiesta comprensibile e, nelle aree più esposte, necessaria. Ma la prevenzione non può essere ridotta alla presenza di un addetto alla sicurezza.

Un sistema efficace dovrebbe partire dalla valutazione del rischio nei singoli ambienti: accessi, sale d’attesa, percorsi interni, illuminazione, uscite, sistemi di allarme e possibilità di richiedere rapidamente aiuto. Dovrebbe inoltre prevedere procedure conosciute da tutti, collegamenti tempestivi con la vigilanza e le forze dell’ordine, formazione del personale e registrazione sistematica di ogni episodio, comprese minacce e aggressioni verbali.

Servono anche informazioni chiare per i cittadini. Spiegare come funziona il triage, aggiornare sulle attese e individuare un professionista incaricato della comunicazione può ridurre incomprensioni e tensioni. Ma perché ciò sia possibile occorre personale sufficiente.

Quando gli operatori sono assorbiti dalle urgenze e i familiari non ricevono informazioni, si crea un vuoto comunicativo. Quel vuoto non giustifica alcun comportamento violento, ma può diventare terreno favorevole al conflitto. La sicurezza, quindi, non si ottiene con una misura isolata. Richiede una combinazione di vigilanza, organizzazione, comunicazione, tecnologia, formazione e personale.

Cosa prevede la normativa

La violenza contro gli operatori sanitari non è un problema privo di riconoscimento istituzionale. La Legge 113 del 2020 ha introdotto disposizioni specifiche per la sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e sociosanitarie. Successivamente sono stati istituiti l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli operatori e la Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza, celebrata il 12 marzo.

Il problema, dunque, non è più convincere le istituzioni dell’esistenza del fenomeno. È tradurre norme, osservatori e giornate di sensibilizzazione in interventi verificabili dentro gli ospedali. La legge può inasprire le conseguenze per chi commette determinati reati. Non può, da sola, correggere un accesso non controllato, attivare un allarme, coprire un turno scoperto o intervenire nei primi secondi di una situazione critica. La repressione interviene dopo. La sanità deve imparare soprattutto a prevenire.

Denunciare serve anche a conoscere il fenomeno

Un’altra criticità riguarda la rilevazione degli episodi. Non tutte le aggressioni vengono denunciate o segnalate attraverso i canali aziendali. Insulti e minacce possono essere considerati troppo frequenti o poco gravi per avviare una procedura. È una forma pericolosa di normalizzazione.

Registrare gli episodi non serve soltanto a tutelare il singolo professionista. Permette di individuare luoghi, orari e circostanze nei quali il rischio si presenta più spesso. Senza dati completi, l’azienda vede singoli eventi; con dati strutturati, può riconoscere un problema organizzativo.

Per questo gli operatori devono conoscere procedure semplici e rapide, ricevere supporto sanitario, psicologico e legale e non essere lasciati soli dopo l’episodio. Opi Brindisi ha dichiarato la propria disponibilità a offrire tutela e assistenza agli iscritti coinvolti. Il sostegno successivo è indispensabile, ma non deve diventare l’unica risposta disponibile.

Proteggere gli operatori significa proteggere i pazienti

La sicurezza dei professionisti non è una rivendicazione separata dalla qualità dell’assistenza. Un’aggressione interrompe le attività, sottrae personale alle cure, aumenta stress e paura e può determinare assenze dal lavoro. Le conseguenze, quindi, ricadono sull’intero servizio.

Un ambiente insicuro peggiora anche la capacità del sistema di trattenere i professionisti. È difficile parlare di attrattività dell’infermieristica se chi lavora nei servizi più esposti percepisce di non essere sufficientemente protetto. Questo non significa costruire ospedali ostili o considerare ogni cittadino un potenziale aggressore. Significa progettare spazi e procedure che proteggano sia chi cura sia chi ha bisogno di cure.

La contrapposizione tra operatori e utenti sarebbe un errore. Anche i cittadini subiscono le conseguenze di Pronto Soccorso sovraffollati, carenze di personale, comunicazione insufficiente e percorsi poco comprensibili. Ma il disagio nei confronti del sistema non può essere scaricato sul professionista che si trova davanti.

L’infermiere al triage non decide le politiche regionali, non stabilisce il numero dei posti letto e non determina la dotazione organica. Rappresenta semplicemente il punto più visibile di un’organizzazione molto più grande. Colpirlo significa aggiungere un problema al problema, non risolverlo.

Dal conteggio degli episodi a un piano aziendale

La successione denunciata da Opi Brindisi richiede ora una risposta della Asl Brindisi che sia concreta e valutabile. Occorre conoscere quali misure siano già operative, quali reparti siano classificati a maggiore rischio, quante segnalazioni siano state raccolte e quali interventi verranno introdotti. Serve un piano con responsabilità, tempi e indicatori: presenza della vigilanza, tempi di risposta agli allarmi, funzionamento dei dispositivi, formazione effettuata e andamento degli episodi.

Contare le aggressioni è necessario. Continuare soltanto a contarle non è una strategia.

Cinque episodi in poche settimane non devono diventare una sequenza alla quale ci si abitua fino al prossimo comunicato. Devono rappresentare il punto dal quale rafforzare un sistema di prevenzione esteso al Perrino e agli altri servizi sanitari della provincia.

La sicurezza non può comparire nell’agenda aziendale soltanto dopo un’aggressione, per poi scomparire quando diminuisce l’attenzione pubblica. Deve essere trattata come una componente permanente della qualità organizzativa.

Perché un ospedale sicuro non è quello che esprime solidarietà dopo ogni episodio. È quello che studia i rischi prima, interviene durante e tutela concretamente le persone dopo. E soprattutto è quello nel quale curare qualcuno non significa dover essere protetti da qualcun altro.

Guido Gabriele Antonio

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