Studio su 37 adulti: nei pazienti con acufene cronico la risposta N1 è ridotta, possibile indizio di un’adattazione uditiva diversa.
L’acufene potrebbe essere associato a un modo diverso con cui il cervello si adatta ai suoni che si ripetono. A suggerirlo è un nuovo studio basato sull’elettroencefalografia (EEG), pubblicato il 6 settembre 2026 sulla rivista Scientific Reports, del gruppo Springer Nature.
I ricercatori hanno confrontato 19 persone con acufene cronico e 18 soggetti senza acufene, abbinati per età e caratteristiche dell’udito. Il risultato più rilevante riguarda la cosiddetta risposta N1, un segnale elettrico cerebrale che compare molto rapidamente dopo l’inizio o il cambiamento di un suono: nei partecipanti con acufene risultava nettamente ridotta rispetto ai controlli.
Il dato apre una nuova pista per comprendere i meccanismi neurofisiologici del disturbo, ma richiede prudenza. Non rappresenta una nuova cura, non dimostra quale sia la causa dell’acufene e l’EEG non diventa, sulla base di questo studio, un test diagnostico per il disturbo.
Acufene e EEG: cosa hanno scoperto i ricercatori
Lo studio, firmato da Hasan Colak, Busra Altin, Kai Alter e William Sedley, ha coinvolto ricercatori della Newcastle University, della Hacettepe University di Ankara e della University of Cambridge. Il lavoro era stato ricevuto dalla rivista il 10 aprile e accettato il 26 agosto 2026.
Il gruppo con acufene comprendeva 19 adulti con sintomi presenti da oltre sei mesi, mentre quello di controllo era formato da 18 partecipanti comparabili per età e soglia uditiva. L’età media era di circa 62 anni nel gruppo con acufene e 65 anni nei controlli. Nei partecipanti con tinnitus la durata media del disturbo era di circa 14,8 anni e il punteggio medio al Tinnitus Handicap Inventory (THI) era 30,63, indicativo nel complesso di un impatto prevalentemente lieve.
I ricercatori avevano inoltre selezionato persone senza iperacusia clinicamente significativa. Quest’ultimo elemento è importante: i risultati non possono essere automaticamente estesi a tutti i pazienti, soprattutto a quelli con acufene grave, forte disagio psicologico, iperacusia o quadri audiologici molto differenti.
Migliaia di suoni ripetuti mentre il cervello veniva registrato
L’esperimento è stato progettato per capire come il sistema uditivo reagisce quando uno stesso segnale viene presentato ripetutamente. I partecipanti hanno ascoltato sequenze di toni puri della durata di 300 millisecondi, organizzati in gruppi di 30 stimoli. Frequenza o intensità venivano periodicamente modificate.
Ogni blocco sperimentale comprendeva 6mila stimoli, mentre l’attività elettrica cerebrale veniva registrata attraverso un sistema EEG a 64 canali. Per le persone con acufene, la frequenza dei toni veniva calibrata anche sulla frequenza percepita del proprio tinnitus. L’obiettivo era valutare diverse componenti dei potenziali evocati uditivi, concentrandosi soprattutto sulla N1 e sulla cosiddetta repetition positivity (RP).
Che cos’è la risposta N1
La N1 è una componente negativa del potenziale evocato uditivo che compare indicativamente attorno ai 100 millisecondi dopo l’arrivo di un suono o dopo una sua variazione. Quando uno stimolo viene ripetuto molte volte e diventa prevedibile, la risposta N1 tende normalmente a diminuire: il cervello, in sostanza, “impara” che quel suono è atteso e modifica progressivamente la risposta neurale.
Proprio qui è emersa la differenza principale. Nel gruppo con acufene la N1 risultava fortemente attenuata, mentre era chiaramente rilevabile nel gruppo di controllo. La differenza tra i due gruppi è risultata statisticamente significativa. Al contrario, la repetition positivity e gli altri principali picchi evocati non mostravano differenze altrettanto nette.
Il cervello di chi ha acufene potrebbe adattarsi più rapidamente
Secondo gli autori, il quadro è compatibile con l’ipotesi che nell’acufene esista una modificazione dei meccanismi di adattamento uditivo nelle fasi precoci dell’elaborazione corticale. In termini semplici, davanti a una sequenza sonora ripetitiva il cervello delle persone studiate con acufene sembrerebbe ridurre la propria risposta iniziale in maniera più marcata o più rapida.
I processi successivi, invece, sembrerebbero relativamente conservati. Lo studio si inserisce nel modello del cosiddetto predictive coding, secondo cui il cervello non si limita a ricevere passivamente le informazioni sensoriali, ma costruisce continuamente previsioni su ciò che dovrebbe percepire e confronta queste aspettative con gli stimoli effettivamente ricevuti.
Una delle ipotesi studiate nel tinnitus è che proprio i meccanismi attraverso cui il sistema nervoso attribuisce rilevanza e prevedibilità ai segnali uditivi possano contribuire alla persistenza della percezione sonora in assenza di un reale stimolo esterno. Gli stessi autori sottolineano, tuttavia, che numerosi aspetti di questa relazione restano ancora da chiarire.
Un possibile biomarcatore? È ancora troppo presto per dirlo
Il risultato è interessante anche perché nella ricerca sull’acufene esiste da anni l’esigenza di individuare marcatori neurofisiologici oggettivi. L’acufene è infatti una percezione prevalentemente soggettiva e la sua intensità e il suo impatto vengono valutati soprattutto attraverso anamnesi, esami audiologici e questionari clinici.
Ma sarebbe prematuro considerare la N1 descritta nello studio come un biomarcatore diagnostico. Il campione comprende soltanto 37 persone, di cui 19 con acufene, e i partecipanti avevano mediamente un handicap lieve correlato al disturbo. Inoltre lo studio dimostra un’associazione elettrofisiologica, non un rapporto causa-effetto.
Le attuali raccomandazioni cliniche non prevedono l’EEG come esame standard per diagnosticare l’acufene. Le linee guida NICE raccomandano invece una valutazione audiologica delle persone che presentano tinnitus e ulteriori approfondimenti selezionati in base alle caratteristiche cliniche.
Acufene: un problema che interessa milioni di persone
La rilevanza della ricerca è legata anche alla grande diffusione del problema. Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata su JAMA Neurology ha stimato una prevalenza dell’acufene negli adulti pari al 14,4%, mentre le forme severe riguarderebbero circa il 2,3%. Secondo gli autori, oltre 740 milioni di adulti nel mondo avrebbero sperimentato il tinnitus e per più di 120 milioni rappresenterebbe un problema importante.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), in un aggiornamento del 6 marzo 2026, definisce l’acufene come la percezione di ronzii, fischi, sibili o altri rumori in assenza di una fonte sonora esterna. Può essere unilaterale o bilaterale, intermittente o continuo e, in alcune situazioni, pulsatile.
Tra le condizioni associate figurano perdita dell’udito legata all’età, esposizione a rumori intensi, infezioni dell’orecchio, accumulo di cerume, alcuni farmaci ototossici, traumi cranio-cervicali e, meno frequentemente, patologie come la malattia di Ménière o lo schwannoma vestibolare.
Cosa sappiamo oggi sulle terapie dell’acufene
La nuova ricerca EEG non modifica, per il momento, la gestione clinica. Secondo l’Oms non esiste attualmente una cura definitiva valida per tutte le forme di acufene e non è stato dimostrato un trattamento farmacologico universalmente efficace per eliminarlo.
In base alle caratteristiche del paziente possono invece essere utilizzati counselling, terapia cognitivo-comportamentale, apparecchi acustici in presenza di perdita uditiva, strategie sonore, gestione dello stress e, in contesti selezionati e di ricerca, differenti forme di neuromodulazione.
Le linee guida NICE raccomandano in particolare dispositivi di amplificazione nei pazienti in cui tinnitus e ipoacusia coesistono e indicano interventi psicologici strutturati quando il disturbo determina un significativo disagio emotivo.
Quando l’acufene richiede una valutazione medica
Nella maggior parte dei casi l’acufene non è espressione di una patologia grave. Esistono però situazioni nelle quali la valutazione non dovrebbe essere rimandata. L’OMS raccomanda di rivolgersi al medico soprattutto quando il tinnitus compare improvvisamente insieme a perdita dell’udito, vertigini o dolore, quando persiste oltre tre mesi oppure quando compromette significativamente la qualità della vita.
Le indicazioni NICE prevedono inoltre una valutazione urgente quando l’acufene si associa a improvvisa perdita uditiva, importanti segni neurologici o sintomi vestibolari acuti; particolare attenzione viene riservata anche alle forme persistenti unilaterali o pulsanti.
Cosa cambia per infermieri e professionisti sanitari
Nell’immediato non cambia il percorso assistenziale e non esiste un’indicazione a effettuare EEG di routine nei pazienti con acufene. Per infermieri e altri professionisti sanitari il nuovo studio rappresenta soprattutto un ulteriore tassello nella comprensione della componente centrale e neurofisiologica del disturbo.
Sul piano assistenziale restano centrali l’ascolto della persona, la valutazione dell’impatto del sintomo su sonno, concentrazione e benessere psicologico, il riconoscimento dei segnali che richiedono una valutazione tempestiva e l’orientamento verso un appropriato percorso audiologico e otorinolaringoiatrico.
La vera novità dello studio
Il messaggio scientificamente più interessante non è quindi che sia stato “trovato il segnale dell’acufene”. Lo studio suggerisce qualcosa di più circoscritto: nelle persone esaminate con tinnitus cronico la risposta corticale precoce N1 a stimoli uditivi ripetuti è risultata significativamente diversa rispetto ai controlli, mentre altre risposte legate alla ripetizione del suono apparivano sostanzialmente conservate.
La ricerca offre così una possibile finestra sui meccanismi con cui il cervello filtra, anticipa e si abitua agli stimoli acustici. Serviranno però studi più grandi, con pazienti di diversa gravità, follow-up longitudinali e metodiche complementari per stabilire se questa firma EEG possa diventare un giorno un vero biomarcatore, contribuire a distinguere differenti sottotipi di acufene o persino aiutare a prevedere la risposta ai trattamenti. Per ora resta una promettente pista di ricerca, non una nuova procedura diagnostica o terapeutica.
Redazione Nurse Times
Fonti ufficiali consultate
- Scientific Reports – Springer Nature, Colak H., Altin B., Alter K., Sedley W., Neural signatures of altered adaptation to repetitive auditory stimulation in tinnitus, pubblicato il 6 settembre 2026, DOI 10.1038/s41598-026-69171-5.
- World Health Organization – Deafness and hearing loss: Tinnitus, aggiornamento del 6 marzo 2026.
- NICE – Tinnitus: assessment and management, guideline NG155, raccomandazioni per diagnosi, invio specialistico e trattamento.
- JAMA Neurology – Global Prevalence and Incidence of Tinnitus, revisione sistematica e meta-analisi sulla diffusione mondiale dell’acufene.
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