Il Veneto progetta il reclutamento da Argentina e Brasile, coinvolgendo istituzioni, Università e territorio. L’iniziativa affronta anche casa, lingua e integrazione, ma senza risorse, tempi e garanzie lavorative il protocollo rischia di restare un’organizzazione molto accurata delle intenzioni.
Quando un sistema sanitario non trova più infermieri può fare due cose: interrogarsi sulle ragioni per cui non riesce ad attrarli e trattenerli, oppure cercarli altrove. Il Veneto prova a fare la seconda cosa con un progetto che, almeno nella sua impostazione, appare più articolato della semplice ricerca di personale da collocare rapidamente nei turni scoperti. Resta però da capire se questa costruzione produrrà professionisti realmente inseriti oppure soltanto nuovi documenti sulla carenza.
Il protocollo promosso dalla Regione e affidato alla sperimentazione dell’Ulss 1 Dolomiti coinvolge Prefettura, Provincia, Comuni, Università di Padova, Opi Belluno, Ater e associazioni territoriali. Argentina e Brasile meridionale rappresentano interlocutori prioritari, anche per la presenza di comunità storicamente legate al Veneto. Il progetto non parla soltanto di reclutamento: considera formazione, lingua, abitazione, logistica e integrazione sociale. È un’impostazione corretta, perché un infermiere non attraversa un oceano per diventare semplicemente una casella coperta nella dotazione organica.
Ma tra una buona impostazione e un servizio funzionante c’è sempre la parte che nei comunicati occupa meno spazio: l’attuazione. Il protocollo durerà tre anni, sarà seguito da un tavolo di coordinamento e non comporta, di per sé, oneri finanziari diretti per i firmatari. Gli interventi concreti e gli impegni economici dovranno essere definiti attraverso atti successivi. Tradotto dal linguaggio amministrativo: il progetto ha individuato i soggetti che dovranno collaborare, ma deve ancora dimostrare con quali risorse, in quali tempi e con quali risultati misurabili lo faranno.
È qui che la politica del reclutamento internazionale deve evitare due ipocrisie opposte. La prima è descrivere ogni arrivo dall’estero come una minaccia alla professione italiana. Un infermiere correttamente formato, inserito e riconosciuto non vale meno perché è nato in Argentina o in Brasile. La seconda è utilizzare la disponibilità di professionisti stranieri per non affrontare retribuzioni, turni, carriere, responsabilità e condizioni organizzative che rendono il Ssn poco attrattivo anche per chi si è formato in Italia. Se il contenitore perde acqua, continuare a riempirlo da un altro rubinetto non è ancora una strategia.
Il reclutamento, inoltre, non può concludersi con la verifica burocratica del titolo. Servono competenza linguistica clinica, conoscenza delle procedure, affiancamento reale, formazione sul contesto normativo italiano e valutazione progressiva dell’inserimento. Il tutoraggio non può essere scaricato sugli infermieri già presenti come un’altra attività da svolgere durante il normale turno. Se l’azienda vuole accogliere professionisti, deve riconoscere tempo, competenze e responsabilità a chi li accompagnerà.
Lo stesso vale per la casa. Nel Bellunese, come in altri territori caratterizzati da difficoltà logistiche e costi abitativi, trovare un alloggio non costituisce un dettaglio privato del lavoratore. È una condizione organizzativa del reclutamento. Coinvolgere Ater ed enti locali è quindi una scelta sensata, ma dovrà tradursi in disponibilità effettive, criteri trasparenti e soluzioni sostenibili nel tempo. Offrire un letto per qualche mese e lasciare poi il professionista solo davanti al mercato immobiliare significa rinviare il problema fino alle prime dimissioni.
Anche gli indicatori dovrebbero essere definiti prima degli arrivi: numero dei candidati, titoli riconosciuti, completamento della formazione, permanenza a dodici e ventiquattro mesi, criticità linguistiche, abbandoni e valutazione delle équipe. Contare soltanto quanti infermieri hanno firmato un contratto produrrebbe il dato più facile e meno utile. Il risultato vero è quanti riescono a lavorare in sicurezza, integrarsi e scegliere di restare.
Il progetto veneto può diventare un modello interessante se affronterà il reclutamento internazionale come una politica di inserimento professionale e non come un’operazione di importazione della forza lavoro. Ma non potrà sostituire una strategia nazionale sulla professione infermieristica. Argentina e Brasile possono offrire competenze; non hanno il compito di riparare gratuitamente ciò che l’Italia non ha programmato. Gli infermieri si possono cercare nel mondo. Le ragioni per cui dovrebbero venire e restare, invece, devono essere costruite qui.
Guido Gabriele Antonio
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