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La distanza fra tre numeri

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Alle 9 del mattino, nella palestra di un centro di riabilitazione accreditato e convenzionato con il Servizio sanitario nazionale, un fisioterapista riabilita un uomo di 60 anni colpito da un ictus. Oggi tocca alla verticalizzazione: lo stabilizzatore per statica, le ginocchiere, il tavolo frontale per le braccia. Qualche minuto di allineamento, e l’uomo è in piedi. Da solo non ci riuscirebbe.

Dietro quella posizione c’è una biologia precisa. La stazione eretta raddrizza il tronco, il peso ben distribuito abbassa il tono dei muscoli spastici. E c’è il cervello, che dopo una lesione si riprogramma sugli stimoli che riceve: se ha solo la posizione seduta, su quella si fissa. Per questo la riabilitazione precoce e continuativa non è un conforto accessorio: è il fattore che decide un esito.

Tre documenti stanno decidendo la sanità italiana dei prossimi anni. Nessuno dei tre descrive quella palestra del centro di riabilitazione. Il primo è quello della Corte dei conti, consegnato al Parlamento il 14 ottobre: nel 2025 i bilanci sanitari delle Regioni registrano un disavanzo di circa 2,3 miliardi, 795 milioni in più dell’anno prima, la metà in più in dodici mesi.

Il disallineamento non riguarda solo le Regioni con un piano di rientro, dove è più marcato: oltre due terzi dello squilibrio sta in Regioni senza piano, dal Nord al Sud. E c’è il dato che conta più di tutti: le risorse per il Servizio sanitario, misurate sulla ricchezza prodotta, scendono dal 6,14 per cento del 2026 al 5,78 del 2029. È una discesa programmata.

Il secondo è la proposta degli assessori regionali alla Salute: 6.818 milioni in più sul Fondo sanitario nel 2027 e altri 11,2 miliardi nel biennio, con 1,1 miliardi per gli infermieri e mezzo per i medici. Con il miliardo già previsto dalla legge di bilancio precedente la manovra arriva a 3,4 miliardi, circa la metà del richiesto; e per tenere il Fondo del 2027 nello stesso rapporto con la ricchezza prodotta del 2026 ne servirebbero 3,7 in più per non arretrare.

Il terzo è il Documento programmatico di bilancio, inviato a Bruxelles: alla sanità attribuisce lo 0,10 per cento della ricchezza prodotta nel 2027, circa 2,4 miliardi. Attenzione: non è un fondo stanziato, ma la somma delle misure sanitarie della manovra, tra spese, risparmi ed entrate. Nella stessa tabella le risorse impiegate valgono 23,5 miliardi: la sanità ne è un decimo, e che cosa contenga si saprà col disegno di legge di bilancio.

In nessuno dei tre testi compare una parola sull’acquisto delle prestazioni da quelle strutture, dove un uomo colpito da ictus sta facendo la riabilitazione per una seconda vita. Nessuna parola sulle loro rette, e in particolare su quelle delle strutture socio-sanitarie ex articolo 26 della legge 833 del 1978, ferme al 2012. E nessuna parola sui contratti che da quelle rette dipendono: l’Aris Rsa e l’Aiop Rsa non sono rinnovati da quattordici anni; per gli ospedali classificati, i policlinici e le cliniche accreditate convenzionate i contratti Aris e Aiop sono fermi da otto.

Rette e contratti non sono separati. L’articolo 8-sexies del decreto legislativo 502 del 1992 stabilisce che quelle prestazioni siano remunerate sulla base del costo standard di produzione, ma su due binari distinti. Gli ospedali classificati e le cliniche viaggiano sui Drg: aggiornamento nazionale, ritocco recente in legge di bilancio, attuazione ancora attesa. Le strutture ex articolo 26 viaggiano sulle rette: le fissa ogni Regione, e dal 2012 non si muovono. Dentro quelle rette c’è tutto: il personale, i farmaci, i presidi, i pasti, l’energia, la lavanderia. C’è anche, per intero, il costo dei contratti Aris Rsa e Aiop Rsa.

Se le rette restano ferme, restano ferme quelle retribuzioni. Sono circa duecentomila gli operatori del sociosanitario, dove un infermiere difficilmente supera i millecinquecento euro netti al mese e un operatore socio-sanitario resta intorno ai milletrecento. Sono lavoratori poveri che un contratto ce l’hanno, e curano gli stessi pazienti dei colleghi del servizio pubblico.

Il rinnovo non dipende dalle sole parti firmatarie: perché i contratti si rinnovino le Regioni devono adeguare le rette, e perché possano adeguarle il Governo deve stanziarne le risorse. Adeguare le rette non è un favore a chi gestisce: è la condizione perché quelle firme si possano apporre.

La richiesta non è nuova: che quelle risorse arrivino alle Regioni con una destinazione riconoscibile. Non è una rivendicazione contro qualcuno: un Servizio sanitario universale cammina su due gambe, e un finanziamento decrescente le indebolisce entrambe.

Una percentuale sul prodotto interno lordo non entra nelle palestre alle nove del mattino. Non regola uno stabilizzatore, non conta i minuti in cui un uomo riesce a restare in piedi. Però decide chi ci sarà: quanti saranno, con quale contratto, per quanti anni ancora. E decide se quell’uomo troverà, tra un mese, un posto dove continuare, o se tornerà a casa con un percorso interrotto dove stava cominciando a funzionare.

Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico

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