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Non chiamatele case di comunità, se dentro non c’è nessuno

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Case della comunità, pubblicate le Linee di indirizzo Agenas
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Lo scontro tra Pentassuglia e Pagliaro accende la Commissione Sanità pugliese. Dietro il linguaggio da campagna elettorale resta una domanda molto più seria: quante strutture finanziate dal Pnrr sono davvero pronte ad assistere i cittadini?

In Commissione Sanità della Regione Puglia si discuteva di case e ospedali di comunità, ma per qualche minuto il tema principale è diventato il vocabolario. Tra l’assessore regionale Donato Pentassuglia e il capogruppo di Fratelli d’Italia, Paolo Pagliaro, sono volate parole poco istituzionali, la seduta è stata sospesa e il video ha rapidamente conquistato la scena. Succede spesso: mentre la politica litiga su chi stia dicendo sciocchezze, i cittadini continuano a chiedersi dove siano i servizi.

Il confronto riguardava lo stato di attuazione delle strutture territoriali finanziate attraverso la Missione 6 del Pnrr. Secondo i dati illustrati in Commissione, la Puglia avrebbe raggiunto il target per 85 case di comunità rispetto a un obiettivo rimodulato di 92; altre 48 attivazioni sarebbero previste entro dicembre, mentre 27 interventi slitterebbero al 2027. Per gli ospedali di comunità, otto strutture risulterebbero a target, 21 dovrebbero aggiungersi entro la fine dell’anno e altre 14 sarebbero completate nel 2027.

Ma proprio qui comincia il problema. “A target”, “rendicontata”, “completata” e “operativa” non sono sinonimi. Una struttura può aver raggiunto un avanzamento amministrativo, aver terminato i lavori o essere stata arredata senza essere ancora in grado di accogliere un solo paziente.

Nel dossier discusso emergerebbe, infatti, che otto ospedali di comunità – sei nell’Asl di Foggia e due in quella di Taranto -, pur avendo lavori e allestimenti ultimati, non possono essere attivati per mancanza delle professionalità necessarie. Ecco il punto che nessuna rimodulazione europea può risolvere con una firma: gli edifici si finanziano una volta, i servizi devono essere finanziati e organizzati ogni giorno.

La Regione Puglia rivendica il rispetto degli obiettivi concordati con Roma e Bruxelles e sostiene che le risorse siano state utilizzate e documentate. L’opposizione contesta invece ritardi, cantieri ancora aperti e strutture che rischiano di restare scatole vuote. Entrambe le parti pongono questioni legittime, ma nessuna dovrebbe fermarsi alla parte del racconto più conveniente.

Non basta dimostrare che i fondi non siano stati persi; bisogna dimostrare che l’investimento abbia prodotto assistenza. Allo stesso modo, denunciare genericamente il fallimento senza distinguere tra ritardi, opere concluse e servizi già attivati serve più alla campagna elettorale che alla valutazione della sanità territoriale.

La vera trasparenza richiederebbe una scheda pubblica per ogni struttura: stato del cantiere, data prevista di conclusione, servizi programmati, orari di apertura, personale necessario, personale effettivamente disponibile e data di piena operatività.

Non un numero complessivo utile per i comunicati, ma una fotografia comprensibile per ciascun territorio. Perché al cittadino di sapere che una casa di comunità è “a target” interessa relativamente, se poi deve continuare ad andare al pronto soccorso o inseguire una visita attraverso gli stessi percorsi di prima.

C’è poi il grande assente, evocato soltanto quando gli edifici sono ormai pronti: il personale. Infermieri di famiglia e di comunità, medici, professionisti sanitari, operatori sociosanitari, amministrativi e coordinatori non possono essere ordinati insieme agli arredi. Servono programmazione, reclutamento, formazione, modelli organizzativi e responsabilità chiaramente attribuite. Se il piano del personale arriva dopo il collaudo dell’immobile, non siamo davanti a un imprevisto. Siamo davanti a una programmazione incompleta.

Le case della comunità non dovrebbero essere piccoli poliambulatori con un’insegna nuova né contenitori nei quali trasferire qualche servizio già esistente per dichiarare raggiunto un obiettivo. Dovrebbero integrare assistenza primaria, infermieristica di famiglia, prevenzione, presa in carico della cronicità, servizi sociali e continuità con l’ospedale. Se questa integrazione non viene costruita, avremo ristrutturato immobili senza riformare il territorio.

Lo scontro in Commissione passerà, la frase resterà nei video e ciascuno la utilizzerà contro l’altro. Ma la verifica seria comincerà quando si spegneranno le telecamere: struttura per struttura, servizio per servizio, professionista per professionista. Perché le parole possono anche essere sbagliate. Molto peggio sarebbe chiamare “Casa di Comunità” una porta ancora chiusa.

Guido Gabriele Antonio

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