C’è un momento, nella storia di un ictus, che nessuna statistica racconta: quello in cui il medico dice ai familiari che il peggio è passato. In quella frase c’è una verità, e c’è un equivoco: la vita è stata salvata, ma la cura non è finita.
Comincia lì il secondo tempo della vita. Non si misura in minuti, ma in settimane, e si gioca in un centro di riabilitazione, dove un fisioterapista sostiene una donna che non ha ancora il controllo del tronco e la aiuta a sedersi sul bordo del letto.
Quel gesto ha un fondamento biologico. Dopo la lesione ischemica, il cervello attraversa una fase di plasticità aumentata e riorganizza le connessioni sinaptiche: una finestra reale ma stretta, massima nelle prime settimane, più rigida nei tre-sei mesi successivi.
Per questo le linee guida raccomandano di avviare la riabilitazione subito dopo la fase acuta: ogni giorno di attesa fra la dimissione dall’acuzie e il posto letto riabilitativo è un giorno di recupero in meno.
Le strutture riabilitative sono in larga parte accreditate convenzionate e vincolate a tetti di spesa e budget assegnati. Non è questione di responsabilità, ma di dimensionamento. Il principio dell’avvio precoce vale anche dopo una resezione polmonare.
Papa Leone XIV, che all’Angelus dell’11 ottobre ha voluto condividere con semplicità la notizia del nodulo e della scelta di operarsi, ha iniziato gli esercizi respiratori e i primi passi in stanza nelle ore successive all’intervento, come riferiscono i bollettini della sala stampa della Santa Sede.
La fisioterapia respiratoria e la mobilizzazione non vengono dopo la cura: sono parte della cura, atto sanitario a pieno titolo. La riabilitazione è un’équipe che costruisce e riscrive il progetto riabilitativo individuale.
L’assistenza infermieristica ne è parte costitutiva, dentro una catena in cui ogni passaggio dipende dal precedente: lo screening della disfagia che previene la polmonite ab ingestis, con la valutazione del foniatra e la presa in carico della logopedista; i primi movimenti dell’arto plegico, guidati dal fisioterapista dopo la valutazione del fisiatra. È, soprattutto, la presenza nelle 24 ore di medici, infermieri e operatori socio-sanitari, tanto più necessaria quanto più il paziente è complesso.
Il primo Report nazionale sulla riabilitazione ospedaliera, commissionato dalla Fondazione Gianfranco Salvini con il supporto di A.L.I.Ce. Italia Odv, l’associazione per la lotta all’ictus cerebrale, e presentato il 14 ottobre 2026 al ministero della Salute, dà a tutto questo la dignità del dato.
Nel 2024 i dimessi dalla riabilitazione ospedaliera sono stati 290.711 contro i 314.715 del 2014, con una degenza media di 26,4 giorni. Il tasso di ospedalizzazione riabilitativa varia da 1,79 ricoveri per mille abitanti in Toscana a 8,10 in Valle d’Aosta. Quasi quattro dimissioni su cinque avvengono in strutture accreditate convenzionate con il Servizio sanitario nazionale. Le sole case di cura ne assorbono il 57,6%.
La rete che il Report fotografa come portante lavora su tariffe ferme: le prestazioni ex articolo 26 della Legge 833 del 1978 sono remunerate con valori lontani dall’inflazione e dai costi reali. E poiché il Decreto legislativo 502 del 1992, all’articolo 8-sexies, ancora le tariffe ai costi standard, di cui il personale è la voce prevalente, il meccanismo si chiude su sé stesso: se la remunerazione non si adegua, i contratti non si rinnovano.
I CCNL ARIS-RSA e AIOP-RSA sono fermi all’ultimo rinnovo del 2012, chiuso a costo zero per i lavoratori: una condizione che pesa sulla capacità delle strutture di trattenere i professionisti.
Il percorso del paziente con ictus si distribuisce su due setting: la riabilitazione ospedaliera – codice 56 di medicina riabilitativa, codice 75 di neuroriabilitazione per i quadri più complessi – e l’extraospedaliera ex articolo 26, residenziale o ambulatoriale, secondo l’intensità del bisogno.
Il paradosso è che la rete accreditata convenzionata è il segmento più efficiente del sistema. La giornata extraospedaliera costa circa un terzo di quella ospedaliera per acuti. Non è assistenza di seconda scelta: è la stessa presa in carico a costo inferiore.
La conclusione è aritmetica, non ideologica: al servizio pubblico competono in via prevalente l’acuzie e l’emergenza, alla seconda gamba del sistema la post-acuzie riabilitativa. Entrambe dentro il perimetro dell’articolo 32, che affida alla Repubblica la tutela della salute come diritto dell’individuo e interesse della collettività.
Il passaggio più delicato resta l’ultimo. L’82,9% dei pazienti torna a casa, ma solo l’1,6% viene dimesso con l’attivazione contestuale dell’assistenza domiciliare integrata (ADI). In quella distanza si consuma la fragilità dell’intero percorso: la dimissione viene scambiata per guarigione.
Le Regioni e le Asl potrebbero riconoscere la riabilitazione post-ictus fra le prestazioni indifferibili, rimuovendo per queste prestazioni i tetti di spesa: il costo del ritardo si paga comunque, due volte, in disabilità e ricoveri ripetuti.
Quella donna che un mattino prova a sedersi sul bordo del letto è entrata in un percorso che le restituisce il secondo tempo della vita. Il primo gliel’ha salvato la fase acuta, con l’emergenza e le cure intensive. Il secondo non vale meno del primo, e porta la stessa firma: quella del Servizio sanitario nazionale.
Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico
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