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Toscana, la sanità vuole cambiare modello: dal servizio erogato al valore prodotto

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Case della comunità, rete ospedaliera, integrazione sociosanitaria, dati e professionisti. La Toscana indica una trasformazione del proprio sistema sanitario: partire dal paziente e misurare non soltanto quanto viene prodotto, ma quale risultato produce.

La sanità toscana sembra arrivata a un passaggio nel quale non basta più aggiungere servizi a quelli esistenti. Il 16 settembre, durante un’audizione della Commissione Sanità del Consiglio regionale, l’assessora Monia Monni e il direttore generale della Direzione sanità, welfare e coesione sociale, Marco Torre, hanno delineato alcune delle direttrici sulle quali dovrebbe muoversi il Servizio sanitario regionale nei prossimi anni.

Carenza di professionisti, invecchiamento della popolazione, crescita dei bisogni, difficoltà economiche, sviluppo dell’assistenza territoriale e necessità di riorganizzare la rete ospedaliera compongono uno scenario nel quale mantenere semplicemente l’attuale organizzazione diventa sempre più difficile. Ma tra i diversi temi affrontati ce n’è uno che merita particolare attenzione: spostare il punto di osservazione dalle strutture e dai servizi al valore prodotto per il paziente.

Costruire strutture non significa avere costruito un nuovo modello

La Toscana ha avviato con le risorse del Pnrr 70 case della comunità e gli ospedali di comunità. La fase successiva è però molto più complessa.

Una casa della comunità non diventa un nuovo modello assistenziale semplicemente perché esiste fisicamente. Deve essere inserita in una rete capace di dialogare con ospedali, pronto soccorso, Rsa, farmacie, assistenza domiciliare e servizi sociali.

È la stessa Regione a indicare oggi la necessità che queste strutture diventino nodi realmente comunicanti con il resto del sistema. Ed è qui che si passa dall’edilizia sanitaria all’organizzazione sanitaria.

La domanda non è più soltanto quante case della comunità siano state aperte. Bisogna chiedersi quante persone siano state realmente prese in carico, quanti percorsi abbiano trovato continuità, quanti accessi evitabili in ospedale siano stati prevenuti e quanto sia migliorata l’accessibilità alle cure.

Misurare l’attività o misurare il risultato?

Per molto tempo abbiamo descritto i servizi sanitari soprattutto attraverso ciò che producono. Numero di visite. Numero di prestazioni. Numero di accessi. Numero di ricoveri.

Sono informazioni indispensabili, ma non necessariamente descrivono il valore generato per la persona. Un servizio può aumentare il numero delle prestazioni senza migliorare realmente un percorso assistenziale. Al contrario, una migliore presa in carico territoriale potrebbe perfino ridurre alcune prestazioni evitando duplicazioni, accessi impropri o ricoveri prevenibili.

La prospettiva della medicina basata sul valore richiamata da Marco Torre introduce quindi un cambio di domanda: non soltanto “quanto abbiamo fatto?”, ma “quale risultato abbiamo ottenuto con le risorse utilizzate?”.

Il dato diventa uno strumento di governo

Questa trasformazione richiede però capacità di misurazione. Il sistema sanitario dispone oggi di enormi quantità di informazioni digitali. Torre ha indicato proprio monitoraggio, utilizzo dei dati e tecnologie come strumenti per prendere decisioni, migliorare l’accessibilità e ridurre gli spostamenti inutili dei pazienti.

Ma raccogliere dati non equivale automaticamente a governare attraverso i dati. Bisogna decidere quali indicatori utilizzare, collegare informazioni provenienti da servizi differenti e soprattutto trasformare quei numeri in decisioni organizzative.

Per una casa della comunità, ad esempio, sapere quante prestazioni vengono effettuate dice qualcosa. Sapere se una persona fragile viene intercettata prima di una riacutizzazione, se dopo una dimissione viene effettivamente presa in carico e se diminuiscono gli accessi evitabili al pronto soccorso dice qualcosa di diverso.

Anche gli ospedali dovranno cambiare

La trasformazione non riguarda soltanto il territorio. Monni ha affermato che la rete ospedaliera dovrà essere ottimizzata e che non tutte le strutture possono continuare a fare le stesse cose, riconoscendo contemporaneamente l’esistenza di resistenze territoriali.

È un passaggio delicato. Razionalizzare non dovrebbe significare semplicemente ridurre servizi. Dovrebbe significare decidere quali attività devono essere concentrate, quali mantenute in prossimità e quali possono essere trasferite verso modelli territoriali differenti.

Anche qui il criterio del valore potrebbe essere decisivo: non difendere una struttura perché esiste, né eliminarla soltanto perché costa, ma chiedersi quale risultato produce per quella popolazione e quali alternative reali esistono.

Il vuoto tra domicilio e struttura

L’invecchiamento della popolazione rende questa riflessione ancora più evidente. La Regione riconosce che le Rsa sono insufficienti e, per molte famiglie, economicamente difficili da sostenere. Allo stesso tempo esistono poche soluzioni alternative. Per questo viene indicata la necessità di costruire risposte ulteriori e riorganizzare il sistema.

È uno dei grandi problemi dell’assistenza contemporanea. Tra una persona completamente gestibile a domicilio e una persona che necessita di istituzionalizzazione esiste una vasta area di bisogni intermedi. Se il sistema non costruisce risposte per questa fascia, il bisogno finisce inevitabilmente per scaricarsi sulla famiglia, sull’ospedale, sul pronto soccorso o sulle Rsa.

Nessuna sanità basata sul valore senza professionisti

C’è infine un elemento che rischia di rendere teorico qualsiasi nuovo modello: le persone che dovrebbero farlo funzionare. Torre ha indicato tra le criticità anche la disaffezione verso il Servizio sanitario regionale, non limitandola ai medici ma estendendola alle professioni sanitarie.

È un punto fondamentale. Possiamo progettare case della comunità, digitalizzare percorsi, raccogliere dati e costruire nuovi indicatori. Ma se medici, infermieri e altri professionisti non trovano nel sistema condizioni di lavoro, sviluppo professionale e riconoscimento adeguati, la trasformazione organizzativa rimane fragile. Il valore non viene prodotto dalle strutture. Viene prodotto dai processi e dalle persone che lavorano al loro interno.

La vera sfida comincia adesso

La direzione indicata dalla Toscana è ambiziosa: rafforzare territorio e domicilio, integrare sanitario e sociale, differenziare maggiormente la rete ospedaliera, utilizzare i dati per programmare e orientare le risorse verso ciò che produce valore per il paziente.

Ma proprio per questo la fase più difficile viene adesso. Perché passare da una sanità organizzata prevalentemente intorno a strutture e prestazioni a una sanità orientata agli esiti richiede qualcosa di più di nuovi edifici o nuove tecnologie. Richiede di misurare i risultati, ridisegnare i processi e avere il coraggio di modificare ciò che non produce valore.

La domanda con cui valutare il cambiamento potrebbe allora essere molto semplice: non quanta sanità abbiamo prodotto, ma quanto quella sanità ha migliorato realmente il percorso della persona.

Guido Gabriele Antonio

Fonti

  • Consiglio regionale della Toscana, Commissione Sanità, audizione sulle strategie del sistema sanitario e sociosanitario regionale, 16 settembre 2026, ripresa dal comunicato del Consiglio regionale.
  • Regione Toscana, Assessorato e Direzione generale – Diritto alla salute e sanità: competenze dell’assessorato e della Direzione Sanità, welfare e coesione sociale.
  • Regione Toscana, L.R. 40/2005 e successive modificazioni, disciplina del Servizio sanitario regionale e valutazione di qualità, appropriatezza, risultati ed economicità dei percorsi e delle aziende sanitarie.

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