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Il personale sanitario ha parlato. Il Ssn ha risposto aspettando le dimissioni

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Le dimissioni volontarie dei medici hanno superato i pensionamenti. Giuseppe Belleri propone una lettura scomoda: il disagio non è rimasto nascosto, ma è stato segnalato per anni senza produrre risposte adeguate. Quando la protesta perde credibilità, restare smette di essere una scelta e l’uscita diventa l’unico messaggio che l’organizzazione sembra comprendere.

Il personale sanitario non ha cominciato a protestare ieri. Da anni medici, infermieri e altre professioni denunciano carichi di lavoro crescenti, organici insufficienti, aggressioni, burocrazia, retribuzioni poco competitive, difficoltà nella conciliazione tra vita e lavoro e prospettive professionali spesso affidate più alla resistenza individuale che alla programmazione.

Il Servizio sanitario nazionale, dunque, non può sostenere di non essere stato avvisato. La vera domanda è un’altra: che cosa accade quando un’organizzazione ascolta formalmente il disagio, istituisce tavoli, riceve documenti, rinnova i contratti in ritardo e continua sostanzialmente a funzionare nello stesso modo?

Accade che, prima o poi, i professionisti smettano di parlare e comincino ad andarsene. È la lettura proposta da Giuseppe Belleri, medico di medicina generale in pensione, in un intervento pubblicato su Quotidiano Sanità. Attraverso il modello elaborato dall’economista Albert Hirschman – exit, voice and loyalty – Belleri interpreta le dimissioni dal SSN come il punto di arrivo di una sequenza organizzativa: prima si manifesta il disagio, poi si tenta di modificarne le cause e, quando la voce non produce risultati, si sceglie l’uscita.

Il 2025 è l’anno del sorpasso

I numeri spiegano perché questa interpretazione meriti attenzione. Secondo l’analisi del Centro Studi del sindacato Anaao Assomed, nel 2025 le dimissioni volontarie dei medici ospedalieri sono state 3.767, contro 2.876 pensionamenti. Per la prima volta nel decennio 2015-2025, quindi, il Ssn ha perso più medici per decisione individuale che per raggiungimento dell’età pensionabile.

Rispetto alle 1.503 dimissioni registrate nel 2024, l’aumento sarebbe del 150%. Il fenomeno ha interessato il 3,5% dei medici in servizio: una percentuale superiore persino a quella osservata nelle fasi più difficili della pandemia. Il dato modifica la natura del problema.

Un pensionamento è in larga parte prevedibile: l’amministrazione conosce l’età del personale e può stimare con ragionevole precisione quando avverrà la cessazione. Una dimissione volontaria, invece, segnala che il professionista possiede ancora capacità lavorativa, ma ha deciso di impiegarla altrove. Non è semplicemente uscito dal lavoro. È uscito da quel datore di lavoro. Ed è questa differenza che dovrebbe interessare le politiche del personale molto più del consueto conteggio dei posti autorizzati.

La voce c’è stata, ma ha perso credibilità

Belleri contesta implicitamente una delle formule più rassicuranti utilizzate quando un problema diventa improvvisamente evidente: “Non avevamo compreso la reale portata del fenomeno”.

Le segnalazioni, in realtà, non sono mancate. I sindacati hanno denunciato il peggioramento delle condizioni lavorative. Gli Ordini professionali hanno richiamato il problema della carenza e dell’attrattività. Gli studi hanno documentato burnout, intenzione di lasciare il lavoro e difficoltà di reclutamento. Le aziende hanno registrato rinunce, mobilità e graduatorie incapaci di assicurare gli organici necessari.

La voce, quindi, era perfettamente udibile. Secondo Belleri, il problema non sarebbe una semplice disattenzione istituzionale, ma una scelta politica: il disagio delle categorie sarebbe stato subordinato ad altre priorità, attraverso rinnovi contrattuali tardivi e incrementi incapaci di recuperare integralmente la perdita di potere d’acquisto.

È una tesi forte, che non può essere trasformata automaticamente in una verità dimostrata. Ma pone una domanda legittima: quante volte un’amministrazione può ricevere lo stesso segnale prima che l’inerzia smetta di essere impreparazione e diventi responsabilità?

Nel Ssn il disagio viene spesso riconosciuto sul piano comunicativo e rinviato su quello organizzativo. Si annuncia un piano assunzionale, ma non si misurano le rinunce. Si celebra il contratto firmato, ma non si verifica quanto potere d’acquisto sia stato recuperato. Si apre un tavolo sul benessere organizzativo, mentre i turni continuano a dipendere dalla disponibilità dei lavoratori a coprire ciò che l’organico non consente. La partecipazione esiste. È il cambiamento successivo che talvolta risulta irreperibile.

Quando la lealtà diventa lavoro gratuito per il sistema

Nel modello richiamato da Belleri, tra la protesta e l’uscita opera la lealtà. Il professionista può rimanere perché crede nel servizio pubblico, si sente responsabile verso i pazienti, appartiene a una comunità professionale o spera che le condizioni migliorino. Questa lealtà rallenta l’abbandono e concede all’organizzazione tempo per correggersi.

Ma il tempo concesso non è infinito. Il Ssn ha spesso utilizzato l’attaccamento dei professionisti come una risorsa organizzativa gratuita. La disponibilità a fermarsi oltre l’orario, coprire il collega assente, modificare i riposi e sostenere carichi aggiuntivi ha compensato temporaneamente carenze che avrebbero richiesto interventi strutturali.

Ciò che nasce come responsabilità professionale rischia così di diventare un ammortizzatore permanente delle inefficienze. La lealtà, però, non è obbedienza illimitata. Se non incontra reciprocità, si consuma. A quel punto il professionista non presenta un’altra relazione sul benessere organizzativo. Presenta le dimissioni.

Il Ssn non è più l’unica destinazione possibile

Per decenni la sanità pubblica ha potuto comportarsi come il principale, se non quasi esclusivo, datore di lavoro dei professionisti sanitari. Belleri descrive questa condizione attraverso il concetto di “monopsonio”: pochi acquirenti – in questo caso pochi grandi datori di lavoro – di fronte a molti lavoratori.

Quel sistema si è progressivamente incrinato. Oggi esistono il privato accreditato, la libera professione, le cooperative, il lavoro all’estero e forme contrattuali che, almeno nel breve periodo, possono apparire economicamente o organizzativamente più convenienti. Non tutte garantiscono maggiore stabilità e non tutte rappresentano una soluzione migliore. Ma offrono un’alternativa.

Quando il lavoratore dispone di alternative, la reputazione organizzativa diventa determinante. Il contratto a tempo indeterminato conserva valore, ma non può più compensare automaticamente turni insostenibili, crescita professionale incerta, scarso riconoscimento e impossibilità di programmare la propria vita.

Il posto pubblico non è diventato inutile. Ha semplicemente smesso di essere irresistibile. Non riguarda soltanto i medici L’analisi Anaao riguarda la dirigenza medica, ma il meccanismo descritto interessa l’intero sistema. Anche tra gli infermieri la perdita di attrattività è visibile nelle rinunce alle assunzioni, nella mobilità verso territori più favorevoli, nell’aumento dell’interesse per la libera professione e nella difficoltà di trattenere i nuovi assunti.

Cambiano i contratti, le opportunità e il potere negoziale, ma la sequenza rimane simile: si segnala il problema, si attende una risposta, si riduce la fiducia e infine si cerca un’alternativa. La differenza è che non tutte le professioni possiedono le stesse possibilità di uscita. Chi dispone di minori alternative può rimanere nel sistema anche in condizioni insoddisfacenti.

La permanenza, in questi casi, non dimostra necessariamente lealtà o benessere. Può indicare semplicemente l’assenza di una strada praticabile. Per questo le aziende non dovrebbero misurare soltanto quante persone si dimettono. Dovrebbero rilevare anche intenzione di lasciare, richieste di mobilità, assenze, trasferimenti interni, rinunce agli incarichi e disponibilità a raccomandare l’organizzazione come luogo di lavoro. Le dimissioni sono l’indicatore finale. Quando arrivano, il problema è già maturo.

Dalla gestione delle uscite alla politica di permanenza

Se il fenomeno viene letto esclusivamente come carenza di personale, la risposta sarà bandire nuovi concorsi. Ma il concorso interviene sull’ingresso, non sulle ragioni dell’uscita.
Occorrono sistemi aziendali capaci di misurare la permanenza dei nuovi assunti a sei, dodici e ventiquattro mesi; colloqui strutturati con chi lascia il servizio; analisi delle dimissioni per unità operativa, anzianità, età e profilo professionale; indicatori sui carichi di lavoro e sulla qualità della leadership. Soprattutto, occorre dimostrare che la voce produce conseguenze.

Coinvolgere i professionisti non significa convocarli per comunicare decisioni già prese. Significa rendere visibile quali proposte siano state accolte, quali respinte e con quale motivazione. Un’organizzazione che chiede continuamente ai dipendenti di segnalare i problemi senza modificare nulla non sta promuovendo partecipazione. Sta raccogliendo materiale per il prossimo convegno sul benessere organizzativo.

Il silenzio dopo la protesta

Le 3.767 dimissioni volontarie del 2025 non raccontano soltanto quante persone abbiano lasciato il Ssn. Raccontano quante abbiano smesso di credere che rimanere e protestare potesse ancora cambiare qualcosa. È questo il punto più rilevante della riflessione di Giuseppe Belleri.

La crisi non comincia quando il professionista presenta le dimissioni. Comincia quando comprende che la propria voce non modifica carichi, orari, riconoscimento, retribuzione e qualità dell’organizzazione. Da quel momento la lealtà non è più una risorsa. Diventa un costo personale.

Il Servizio sanitario può continuare a descrivere ogni uscita come una decisione individuale. Oppure può riconoscere che migliaia di decisioni individuali, quando si muovono nella stessa direzione, costituiscono un giudizio collettivo. Il personale sanitario ha parlato per anni. Ora il vero rischio non è che continui a protestare. È che abbia deciso di non avere più nulla da dire.

Guido Gabriele Antonio

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