C’è un momento, in ospedale, in cui la medicina ha curato, ha fatto tutto il possibile, e il corpo può tornare a casa. Ma la guarigione clinica non coincide sempre con la possibilità di vivere di nuovo, in autonomia, la propria vita. A volte non c’è una famiglia pronta ad accoglierlo, o la casa non è più pronta a riceverlo.
Dietro c’è spesso un’assistenza domiciliare integrata che non basta, perché l’assistenza deve proseguire mattina, pomeriggio e notte, affidata a familiari che imparano sul campo gesti che nessuno insegna. È un paradosso che i reparti conoscono bene: il paziente guarito che resta nel letto perché nessuno, fuori, può aprirgli la porta.
In diversi ospedali italiani esistono punti unici di dimissione, dove case manager e assistenti sociali lavorano già durante il ricovero per costruire un percorso che il paziente da solo non potrebbe intraprendere. Conoscono per primi le mille varianti di questo paradosso: la coppia dimessa insieme, con i figli in un’altra regione; la casa non più adatta a chi torna in carrozzina, tra scale senza ascensore e bagni non accessibili; la signora dimessa dopo la frattura di un gomito, che abita in un piccolo paese spopolato, senza più un medico di base, con solo il vicinato e un marito con la demenza ad attenderla; e l’anziano con la moglie disabile e i figli all’estero.
Ci sono famiglie che portano in ospedale un padre di novant’anni con la febbre, che non mangia più, non cammina ed è confuso, impaurite perché quell’uomo non è più lui. E si trovano, dopo la dimissione, a dover imparare in poche ore quello che altrove si insegna in mesi: cambiare un pannolone, misurare una glicemia, controllare una pressione, vegliare un malato che fino a poco prima badava a sé stesso.
Cercano disperatamente un posto, e scelgono di pagare una Rsa o una clinica privata, oppure assumono un’infermiera per coprire mattina, pomeriggio e notte. Sono scelte fatte per amore, spesso nel panico, a un costo che poche famiglie possono sostenere a lungo, quello che la scienza chiama carico assistenziale familiare, un peso fatto di notti insonni, ferie consumate, vite sospese.
Sono situazioni diverse, ma la domanda che pongono è la stessa: la dimissione, in molti casi, non è davvero conclusa quando finisce il ricovero, ma continua nel tempo in cui una persona fragile deve tornare a vivere, sola o quasi, e in cui chi le sta accanto deve imparare, da un giorno all’altro, a misurare la pressione, controllare la glicemia, somministrare i farmaci e l’insulina; deve imparare in fretta a mobilizzare il papà o la mamma dal letto alla carrozzina e da quest’ultima al bagno, e poi a fargli fare dei giri in casa con il girello.
Prima o poi riguarda ciascuno di noi, come figli che accompagneranno un genitore alla porta di un ospedale, o come pazienti che un giorno la varcheranno per tornare a casa, sperando che qualcuno sia pronto ad aprirla. È qui che si misura il valore delle strutture socio-sanitarie ex articolo 26 della legge 833 del 1978: non un parcheggio per anziani, ma un ponte clinico e umano, dove recuperare un pezzo di autonomia perduta, e dove una famiglia impaurita può essere accompagnata a organizzarsi.
Un periodo necessario – spesso ventuno, al massimo trenta giorni, prorogabile – può bastare a restituire dignità e autonomia, e a una famiglia il tempo per riorganizzarsi senza esserne travolta. Ma anche queste strutture si scontrano con lo stesso ostacolo del resto del sistema: tetti di spesa regionali che ne limitano la capacità di risposta, e tariffe e rette ferme da anni – in alcune Regioni dal 2012 -, a fronte di pazienti anziani sempre più complessi, che richiedono più personale, più farmaci, più esami.
Se il rimborso non tiene il passo con la complessità reale, il conto lo pagano prima i bilanci, poi le persone. Lo stesso meccanismo che ha portato alla luce, in diverse regioni italiane, le difficoltà di strutture storiche, costrette ad accumulare perdita su perdita fino a mettere in discussione la tenuta di servizi che da decenni si prendono cura degli ultimi.
Per questo servono le risorse per sostenere chi quella dimissione la deve rendere possibile: un adeguamento delle tariffe alla complessità reale dei pazienti anziani di oggi, non a quella di quindici anni fa. Dietro ogni retta ferma c’è sempre lo stesso volto: quello di un figlio che non sa misurare una pressione, di un coniuge anziano che non ha più le forze, di una famiglia che alle tre di notte non sa a chi chiedere aiuto. E quel volto, prima o poi, è il nostro.
Perché la vera dimissione non è quella scritta sulla cartella clinica, ma quella che si compie giorno per giorno: nella casa senza ascensore, nel paese senza medico, nella distanza da un figlio che vorrebbe esserci e non può, nella stanza dove qualcuno impara a prendersi cura di chi lo ha cresciuto, o nella struttura che fatica a reggersi in piedi. Ed è lì che si misura se un sistema sanitario si prende cura delle persone o si limita a curarle, e se, quando toccherà a noi, ci sarà ancora qualcuno pronto ad aprirci quella porta.
Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico
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