Nel 2025 l’Italia ha speso per la sanità pubblica 612 euro in meno per abitante rispetto alla media europea. Il divario complessivo supera i 36 miliardi. Non è un buco contabile né una cifra che possa essere recuperata domani mattina: è la distanza tra il Servizio sanitario che celebriamo e quello che scegliamo di finanziare.
Trentasei miliardi di euro sono una cifra abbastanza grande da produrre indignazione e abbastanza complessa da essere utilizzata male. La nuova analisi della Fondazione Gimbe, elaborata sui dati Ocse aggiornati al 17 luglio 2026, colloca la spesa sanitaria pubblica italiana del 2025 al 6,2% del prodotto interno lordo. Le medie Ocse ed europea considerate dall’analisi raggiungono entrambe il 7,1%.
Il confronto pro capite è ancora più immediato. L’Italia spende 3.952 dollari a parità di potere d’acquisto per ogni residente, contro i 4.965 dollari della media dei Paesi europei appartenenti all’area Ocse. La differenza, convertita secondo i parametri utilizzati nell’analisi, equivale a 612,4 euro per abitante. Moltiplicata per quasi 59 milioni di residenti, produce un divario di circa 36,1 miliardi di euro in un solo anno.
Prima di trasformare questo numero in uno slogan, bisogna spiegare che cosa rappresenta. Non sono 36 miliardi scomparsi dal bilancio dello Stato. Non è una somma formalmente tagliata con un unico provvedimento. Non è neppure un assegno che il Governo potrebbe versare integralmente domani senza affrontare coperture, vincoli di finanza pubblica e capacità di spesa.
È una distanza comparativa: quanto l’Italia spenderebbe in più, se raggiungesse la media europea pro capite. La precisazione metodologica non riduce la gravità del dato. La rende politicamente più seria. Fino al 2011 la spesa sanitaria pubblica italiana per abitante risultava sostanzialmente allineata alla media europea. Da allora il divario si è progressivamente ampliato. Non perché il finanziamento italiano sia sempre diminuito in valore assoluto, ma perché è cresciuto meno rispetto ai bisogni, ai costi e agli investimenti degli altri Paesi.
La sanità italiana non è stata necessariamente privata ogni anno di risorse già presenti. È stata lasciata indietro mentre il resto d’Europa accelerava. Questa distinzione spiega anche perché il Governo possa affermare correttamente che il Fondo sanitario nazionale ha raggiunto livelli nominali mai registrati prima e, contemporaneamente, professionisti e cittadini possano percepire un sistema sempre più fragile. Le due affermazioni non si escludono.
Il Fondo può aumentare in euro e perdere capacità reale. Inflazione, rinnovi contrattuali, farmaci innovativi, dispositivi, energia, invecchiamento della popolazione e crescita della domanda assorbono una parte delle risorse aggiuntive prima che queste diventino nuovi servizi. Se gli altri Paesi investono più rapidamente, inoltre, anche un aumento italiano può coincidere con un ulteriore arretramento relativo.
La politica sanitaria continua invece a presentare il finanziamento come una gara tra numeri assoluti. Ogni anno si annuncia il Fondo “più alto di sempre”, formula tecnicamente vera quanto sarebbe vero osservare che lo stipendio nominale di oggi è più alto di quello del 1995. Il problema è ciò che quella somma consente concretamente di acquistare.
Per il cittadino, il finanziamento esiste quando trova una visita nei tempi previsti, un pronto soccorso capace di rispondere, un medico sul territorio e un servizio domiciliare realmente operativo. Per il professionista esiste quando si traduce in organici adeguati, retribuzioni competitive, sicurezza, formazione e possibilità di crescita. Il resto è contabilità istituzionale: indispensabile per costruire il sistema, insufficiente per dimostrarne il funzionamento.
L’Italia rimane ultima nel G7 per spesa sanitaria pubblica pro capite. Questo non significa che ogni Paese che spende di più organizzi automaticamente meglio. La maggiore disponibilità economica può convivere con sprechi, duplicazioni e disuguaglianze. Ma è difficile sostenere che un sistema possa affrontare invecchiamento, cronicità, innovazione e carenza di personale investendo stabilmente meno dei Paesi con cui pretende di confrontarsi.
Il sottofinanziamento non è l’unica causa della crisi del Ssn. È però la condizione che rende tutte le altre più difficili da correggere. La carenza infermieristica ne rappresenta l’esempio più evidente. Senza risorse strutturali non si aumentano stabilmente gli organici, non si migliorano le indennità, non si finanziano carriere specialistiche e non si rende operativa l’assistenza territoriale. Si può continuare a pubblicare concorsi, ma non sempre si troveranno professionisti disposti ad accettare o rimanere.
Al tempo stesso, sarebbe comodo utilizzare i 36 miliardi come giustificazione universale per ogni inefficienza. Non tutti i problemi derivano dalla scarsità di denaro. Agende chiuse, processi frammentati, assenza di dati, incarichi poco trasparenti, cattiva distribuzione del personale e debolezza del middle management non scompaiono automaticamente aumentando il Fondo.
Finanziare di più un’organizzazione che non misura risultati può significare spendere di più senza curare meglio. La vera proposta, quindi, non può limitarsi a raggiungere una percentuale simbolica del Pil. Occorre costruire un percorso pluriennale nel quale ogni incremento sia collegato a obiettivi verificabili: personale assunto e trattenuto, riduzione delle rinunce alle cure, tempi effettivi di accesso, copertura dell’assistenza domiciliare, operatività delle strutture territoriali e uniformità dei livelli essenziali.
La raccomandazione adottata dal Consiglio dell’Unione europea il 10 luglio chiede all’Italia di migliorare l’accesso tempestivo a cure economicamente sostenibili e affrontare le carenze nelle professioni sanitarie fondamentali. Non si tratta più, dunque, soltanto di una rivendicazione interna. La debolezza del SSN viene collegata alla produttività, all’equità sociale e alla tenuta economica del Paese.
Un cittadino che attende mesi per una prestazione può peggiorare, assentarsi dal lavoro più a lungo oppure pagare privatamente. Chi non dispone delle risorse necessarie rinvia o rinuncia. Il sottofinanziamento pubblico non elimina il costo: lo trasferisce sulle famiglie, sulle imprese e sulle persone più fragili.
Il risparmio dello Stato può diventare la spesa privata del cittadino. Per evitare che il dibattito si riduca ancora una volta alla cifra ottenuta nella prossima Manovra, servirebbe un patto pluriennale sul finanziamento e sulla riorganizzazione del Ssn. Non un assegno in bianco, ma un programma con risorse certe, responsabilità definite e risultati pubblicati.
Le Regioni dovrebbero rendere conoscibili l’impiego delle somme aggiuntive, le differenze territoriali, i posti effettivamente coperti e gli esiti prodotti. Le aziende dovrebbero collegare il fabbisogno di personale ai carichi assistenziali e agli obiettivi di servizio, non soltanto ai posti presenti nelle dotazioni organiche storiche.
Anche il middle management deve tornare al centro. Tra il miliardo stanziato a Roma e il servizio erogato in un distretto esistono direzioni, dipartimenti, strutture, coordinatori, processi e responsabilità. È in questa catena che il finanziamento diventa assistenza oppure si dissolve in spesa priva di trasformazione.
I 36 miliardi non indicano la cifra magica necessaria a salvare il Ssn. Indicano che l’Italia ha progressivamente accettato una sanità pubblica finanziata meno rispetto ai sistemi europei con cui ama confrontarsi. Possiamo discutere modalità, tempi e sostenibilità del recupero. Non possiamo però continuare a raccontare il divario come se fosse un temporaneo incidente contabile.
Un sistema sanitario non viene definanziato soltanto quando gli si tolgono risorse. Viene definanziato anche quando gli si assegnano aumenti insufficienti rispetto alle funzioni che continua a pretendere. La sanità italiana non ha quindi semplicemente un buco da 36 miliardi. Ha una distanza da colmare tra diritti dichiarati, risorse disponibili e servizi realmente accessibili. Ed è una distanza che non si chiude annunciando ogni anno il Fondo più alto di sempre. Si chiude decidendo finalmente quale Servizio sanitario vogliamo garantire, quanto siamo disposti a finanziarlo e chi dovrà rispondere dei risultati.
Guido Gabriele Antonio
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