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Vincenzo Passini: da soccorritore in ambulanza alla laurea in Medicina. Una storia di cura, coraggio e rinascita professionale

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Non è mai troppo tardi per cambiare direzione, soprattutto quando il cambiamento nasce dentro una corsia d’ospedale, tra il respiro fragile dei pazienti, le emergenze, i turni, la morte vista da vicino e il desiderio di fare di più. È la storia di Vincenzo Passini, siciliano di Catania, classe 1982, oggi medico dopo un lungo percorso iniziato da soccorritore a 16 anni, proseguito come infermiere, arricchito da un’esperienza sanitaria in Inghilterra e trasformato, a 35 anni, nella scelta più radicale: rimettersi sui libri e iscriversi a Medicina.

La sua non è soltanto una vicenda personale. È un racconto sanitario, professionale e umano che attraversa alcuni dei nodi più profondi della cura, come il rapporto con il paziente, il valore dell’esperienza infermieristica, la formazione internazionale, il peso degli stereotipi sull’età e la capacità di trasformare la sofferenza incontrata negli ospedali in una spinta verso la ricerca e la medicina.

La scelta di ricominciare

Vincenzo Passini aveva un lavoro stabile, una carriera avviata e uno stipendio sicuro. Ma dopo anni di assistenza, pronto intervento e responsabilità cliniche, ha maturato una consapevolezza nuova. Il suo percorso lo stava portando verso il camice bianco: “Quello che penso è che ci sia stata una consapevolezza. Una consapevolezza nata dal percorso che ho fatto. Senza questo percorso, non avrei capito cosa volevo realmente fare. Sono stato sempre nell’ambito medico, iniziando come soccorritore a sedici anni,a 18 ho iniziato il percorso da infermiere, ho lavorato, ma alla fine ho capito che quello che volevo essere da grande era il medico”.

Il momento decisivo arriva dopo l’esperienza in Inghilterra, dove il dottor Passini si specializza sul profilo infermieristico, lavora in un sistema sanitario diverso e si confronta con responsabilità che in Italia, racconta, spesso non vengono affidate agli infermieri: “Dopo l’Inghilterra ho capito le mie potenzialità. Ho studiato, ho lavorato, ho fatto passi da gigante. Quando sono tornato in Italia, nella struttura dove lavoravo prima come infermiere, ho capito che potevo fare di più, mi sentivo come una Lamborghini con il motore acceso, ma posteggiata chiusa in un garage. Per me l’unica evoluzione naturale era fare il medico”.

Dall’Inghilterra una nuova idea di sanità

Nel racconto del dottor Passini, l’esperienza britannica non rappresenta solo una tappa professionale, ma un cambio di mentalità. All’estero, spiega, l’età non viene vissuta come un limite, ma come un valore, soprattutto quando è accompagnata da esperienza e competenza.

“In Inghilterra l’età non era un fattore discriminante – spiega -. Essere più grande era una nota positiva, perché significava avere esperienza. In Italia spesso è il contrario. Se hai cinquant’anni sembri grande, come se non servissi più. All’estero ho imparato a non sentirmi in difetto. Questo mi ha dato anche la forza di affrontare il test di Medicina in lingua inglese, sostenuto con un risultato che ancora oggi racconta con incredulità: zero errori. Quando ho visto la graduatoria ho chiamato mia sorella. Le ho detto: ‘Ho fatto zero errori’. Lei mi ha risposto: ‘Allora sei entrato, chi può fare meglio di zero errori?’ Io ero così incredulo che non capivo ciò che era appena successo: ero entrato in Medicina!”

Il medico “a 720 gradi”

Uno dei passaggi più forti della storia di Vincenzo Passini riguarda la sua doppia identità professionale. Prima infermiere, poi medico. Due ruoli diversi, ma nel suo percorso non separati, bensì complementari: “Io mi definisco un medico a 720 gradi. Incorporo due cose: l’infermiere e il medico in un’unica persona. L’infermiere mi ha insegnato a stare accanto al malato, il medico mi permette di prendere decisioni e curare. Per me è l’unione del fare e del sapere”.

La sua visione della cura nasce proprio da questa doppia esperienza. L’infermiere, dice, vive il paziente nella quotidianità della sofferenza, nei bisogni concreti, nei momenti in cui la malattia pesa anche sul corpo e sulla dignità. Il medico, invece, ha la responsabilità della diagnosi, della decisione terapeutica, della direzione clinica.

Per il dottor Passini il punto più alto della professione sanitaria sta nell’incontro tra queste due dimensioni: “La mia formazione infermieristica mi ha fatto essere sempre molto vicino al paziente. L’infermiere è quello che vive davvero il malato. Da medico, oggi, posso unire questa vicinanza alla possibilità di decidere come curare. Tutti i tasselli del mio percorso hanno creato il grande puzzle della mia figura”.

Il primo paziente mai dimenticato

Nel suo percorso il dottor Passini ha visto emergenze, sofferenza e morte. Ma c’è un paziente che non ha mai dimenticato: il primo incontrato durante il tirocinio in Scienze infermieristiche, all’ospedale Vittorio Emanuele di Catania: “Il paziente che non dimenticherò mai è il primo che ho visto durante il tirocinio. È stata la prima volta in cui mi sono rapportato con la morte. Avevo 18-19 anni. Lo avevo salutato il sabato e il lunedì l’ho trovato morto. Lì capisci che la vita è davvero breve e preziosa”.

È un ricordo che, a distanza di oltre vent’anni, continua ad accompagnarlo. Non come una ferita soltanto, ma come una lezione di vita e professionale. La cura, per il dottor Passini, non è mai stata solo tecnica. È memoria, responsabilità, presenza ed empatia: “Ho una cartella grande in cui conservo tutto quello che i pazienti mi hanno regalato nel tempo: lettere, oggetti, disegni dei bambini. Sono cose che mi hanno dato per ringraziarmi del mio lavoro e della mia persona, che custodisco con cura”.

La ricerca nata dalla malattia della madre

Tra i risultati di cui il dottor Passini va più orgoglioso non c’è solo la laurea in Medicina, ma una pubblicazione scientifica dedicata agli effetti collaterali dei farmaci chemioterapici sul cuore, nell’ambito della cardio-oncologia. Una scelta nata anche da una vicenda familiare: la malattia della madre. “Sarebbe facile dire che sono più orgoglioso della laurea in Medicina, perché è stata lunga e difficile. Invece dico la pubblicazione scientifica, perché l’ho voluta e cercata io. Ho scelto un tema complesso: cardiologia e oncologia, gli effetti collaterali dei farmaci chemioterapici sul cuore”.

Il tema, racconta, non era casuale. La madre ha affrontato più volte la malattia oncologica e quelle terapie sono diventate, per lui, non solo materia di studio, ma esperienza vissuta: “Mia madre ha avuto un tumore tre volte. Il mio modo di fare ricerca era collegato a quello che era successo a lei. Raccontavo effetti collaterali che avevo visto e vissuto. Dentro la ricerca c’è sempre una speranza di qualcosa di buono, di nuovo che verrà ereditato dalle generazioni future”.

Il camice e la responsabilità

Indossare il camice da medico, per Vincenzo Passini, non è stato un gesto semplice né puramente simbolico. La prima volta da studente è stata gioia. La prima volta da medico laureato, invece, ha avuto un peso diverso: “Quando l’ho indossato da medico laureato è stato un momento completamente diverso. Non c’era solo gioia, c’era il pensiero del futuro, di quello che vorrei fare, delle ambizioni che ancora non ho realizzato”.

Dopo oltre vent’anni di professione infermieristica, essere chiamato “dottore” da colleghi e pazienti è stato quasi straniante: “Quando qualcuno viene da me e mi dice: dottore, guardi queste analisi, questi valori, mi sembra ancora strano. Dopo ventidue anni di professione infermieristica ti fa effetto. Però giorno dopo giorno capisci che sei diventato esattamente ciò che volevi”.

Il messaggio: non lasciarsi definire dall’età

La storia di Vincenzo Passini parla anche a chi pensa di essere fuori tempo massimo. A chi, dopo i trent’anni, teme che cambiare vita sia impossibile. A chi sente il peso delle aspettative sociali: lavoro stabile, famiglia, ruolo già definito: “In Italia ci sono troppi stereotipi. Se a trent’anni non hai famiglia, figli o un lavoro stabile, sembra che tu non valga niente. Ma il problema non è l’età, è il pensiero sbagliato”.

Il suo messaggio è senza retorica. “Bisogna crederci e fregarsene. Se hai davvero un sogno, devi inseguirlo. Devi dare il 100 per cento, anzi il 120 per cento. Se poi quel sogno non si avvera, almeno saprai che non sarà colpa tua, perché hai dato tutto”.

Per il dottor Passini cambiare non significa cancellare ciò che si è stati. Significa usare ogni passaggio della propria vita come parte di una costruzione più ampia. Il soccorritore, l’infermiere, il professionista formato all’estero, il ricercatore, il medico: ogni identità resta dentro la successiva: “Se una cosa non ti appartiene più, la devi cambiare. Se la posizione lavorativa non ti va bene, prova a cambiarla. L’impegno vale sempre. Anche quando non ottieni esattamente quello che vuoi, il percorso ti trasforma”.

Una storia sanitaria e umana

Vincenzo Passini vive a Catania e oggi porta nella professione medica una traiettoria rara: quella di chi ha conosciuto il paziente da più prospettive, dal primo soccorso alla corsia, dall’assistenza infermieristica alla decisione clinica. La sua storia non è soltanto il racconto di un traguardo personale, ma una riflessione sul valore dell’esperienza, sulla formazione continua e sulla necessità di una sanità capace di riconoscere le competenze maturate nel tempo.

In un sistema in cui spesso l’età viene percepita come un limite, il dottor Passini ha scelto di farne il punto di partenza. E in un mestiere in cui la tecnica rischia talvolta di sovrastare la relazione, rivendica una medicina che non perda il contatto con il paziente: “La vita è breve e preziosa. Io l’ho capito presto, in ospedale. E forse è proprio per questo che ho deciso di non fermarmi”.

Redazione Nurse Times

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