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L’Alzheimer si legge in un prelievo: la rivoluzione dei marcatori p-Tau nella medicina di laboratorio

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Dalla PET e dal liquido cerebrospinale a una provetta di sangue: come i nuovi biomarcatori stanno cambiando la diagnosi della malattia di Alzheimer.

Per molto tempo il cervello è sembrato, almeno dal punto di vista del laboratorio, quasi inaccessibile. Per studiare i processi biologici alla base della malattia di Alzheimer abbiamo avuto a disposizione strumenti importanti, ma complessi: la PET per visualizzare la deposizione di beta-amiloide, oppure l’analisi del liquido cerebrospinale ottenuto attraverso la puntura lombare. Sono metodiche preziose, ma non semplici da utilizzare su larga scala.

Oggi una parte della ricerca sta cercando una strada diversa e porta l’attenzione verso un materiale biologico che conosciamo molto bene: il sangue. In una provetta possono essere ricercate alcune molecole in grado di fornire informazioni sui processi patologici che interessano il sistema nervoso centrale. Tra queste, la tau fosforilata (p-Tau) è diventata uno dei biomarcatori più studiati. È una trasformazione interessante anche dal punto di vista della medicina di laboratorio: una tecnologia nata per la ricerca sta progressivamente entrando nel ragionamento diagnostico.

Quando il laboratorio entra nella diagnosi dell’Alzheimer

L’Alzheimer non è soltanto una malattia della memoria. La sua evoluzione è accompagnata da modificazioni biologiche che comprendono l’accumulo di beta-amiloide e alterazioni della proteina tau. Questi fenomeni possono iniziare anni prima della comparsa di una compromissione cognitiva evidente, motivo per cui la ricerca si è concentrata sulla possibilità di identificare precocemente i segnali biologici della malattia. (1)

Per anni i principali strumenti per studiare questi processi sono stati i biomarcatori liquorali e le tecniche di imaging. Il sangue potrebbe rendere questo percorso più accessibile. Alcune delle modificazioni associate alla patologia di Alzheimer possono infatti essere rilevate nella circolazione periferica e trasformate in un dato quantitativo. Il problema, naturalmente, è riuscire a distinguere un segnale realmente legato alla malattia da tutte le altre variabili che possono influenzare un risultato. La ricerca sui biomarcatori ematici nasce proprio da questa esigenza.

Cosa significa p-Tau?

La proteina tau è normalmente presente nei neuroni, dove contribuisce alla stabilità dei microtubuli. Nella malattia di Alzheimer va incontro a modificazioni patologiche, tra cui la fosforilazione in specifici siti. Da qui deriva il termine p-Tau, cioè phosphorylated Tau.

Non esiste però una sola p-Tau. Le diverse forme vengono identificate in base al sito nel quale avviene la fosforilazione e, tra quelle maggiormente studiate, troviamo p-Tau181, p-Tau217 e p-Tau231.

Negli ultimi anni la p-Tau217 ha attirato particolare attenzione.

Una grande revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2025 su The Lancet Neurology ha analizzato 113 studi, per un totale di 29.625 individui. Tra i biomarcatori esaminati, la p-Tau217 plasmatica ha mostrato le migliori prestazioni nell’identificazione della malattia di Alzheimer definita biologicamente, con una sensibilità aggregata dell’88,1% e una specificità dell’88,7%. (2)

Sono numeri importanti, ma vanno letti nel loro contesto. Gli stessi autori hanno evidenziato un elevato rischio di bias in una larga parte degli studi e la necessità di ulteriori valutazioni prospettiche nella pratica clinica reale. (2)

La domanda, quindi, non è soltanto quanto sia preciso un biomarcatore. Bisogna capire come, dove e in quali pazienti utilizzarlo.

Perché p-Tau217 è così interessante?

I diversi siti di fosforilazione della tau non si comportano necessariamente nello stesso modo durante l’evoluzione della malattia. Per questo alcune forme sembrano offrire informazioni più utili di altre. La p-Tau217 ha mostrato una particolare capacità di correlare con la presenza della patologia amiloide e tau caratteristica dell’Alzheimer.

Uno studio pubblicato nel 2025 su Nature Medicine ha valutato la p-Tau217 plasmatica in 1.767 persone con sintomi cognitivi, provenienti da diverse coorti. Utilizzando una piattaforma completamente automatizzata, il test ha raggiunto un’accuratezza compresa tra l’89% e il 91% nei contesti di assistenza secondaria. L’impiego di due soglie decisionali ha portato l’accuratezza al 92-94%, lasciando una parte dei pazienti in una fascia intermedia nella quale sono necessarie ulteriori valutazioni. (3)

Questo ultimo aspetto è particolarmente interessante per chi lavora in laboratorio. Un test diagnostico non produce necessariamente una risposta binaria. In alcuni casi è più corretto individuare una zona nella quale il risultato non consente di prendere una decisione definitiva e richiede un approfondimento. È un concetto che ritroviamo in moltissimi ambiti della medicina di laboratorio.

Un esame positivo non equivale automaticamente ad Alzheimer

L’elevata accuratezza di alcuni biomarcatori non significa che sia sufficiente effettuare un prelievo per diagnosticare autonomamente la malattia. Nel 2025 l’Alzheimer’s Association ha pubblicato la prima linea guida clinica specificamente dedicata all’utilizzo dei biomarcatori ematici nel percorso diagnostico. Le raccomandazioni riguardano persone con un deterioramento cognitivo oggettivo che vengono valutate in contesti specialistici dedicati ai disturbi della memoria.

La linea guida propone criteri basati sulle prestazioni del test. I biomarcatori con almeno il 90% di sensibilità e il 75% di specificità possono essere utilizzati come strumenti di triage; quelli che raggiungono almeno il 90% sia di sensibilità sia di specificità possono, in determinati contesti specialistici, essere utilizzati come alternativa ai biomarcatori liquorali o alla PET amiloide. (4)

Non tutti i test oggi disponibili raggiungono però questi livelli di performance. La stessa linea guida sottolinea inoltre che il risultato deve essere interpretato insieme alla valutazione clinica e considerando la probabilità pre-test della malattia. (4) È una precisazione fondamentale, soprattutto in un momento nel quale l’interesse verso i test ematici per l’Alzheimer sta crescendo rapidamente.

Il test non è soltanto l’analita

Quando si parla di p-Tau, si potrebbe pensare a un unico esame standardizzato. In realtà la situazione è molto più complessa. Il risultato dipende dall’analita misurato, dalla piattaforma analitica, dal metodo, dai calibratori, dai valori decisionali e dal modo in cui il test è stato validato.

Lo studio di Palmqvist e colleghi è interessante anche per questo motivo: l’elevata performance della p-Tau217 è stata ottenuta utilizzando una piattaforma completamente automatizzata, ma il significato clinico del risultato dipende comunque dal contesto nel quale il test viene utilizzato. (3)

Anche la fase preanalitica merita attenzione. Tipo di campione, provetta, tempi di processamento, condizioni di conservazione e trasporto sono tutti elementi che possono influenzare la qualità del materiale biologico prima ancora che questo arrivi allo strumento. È un principio che conosciamo bene per qualsiasi altro esame di laboratorio e che continuerà ad avere importanza anche con i nuovi biomarcatori neurologici.

La prima autorizzazione Fda e una lezione importante

Il passaggio dalla ricerca alla pratica clinica è ormai concreto. Il 16 maggio 2025 la Food and Drug Administration (Fda) ha autorizzato attraverso il percorso 510(k) il Lumipulse G pTau217/β-Amyloid 1-42 Plasma Ratio, un test ematico destinato ad aiutare nell’identificazione della patologia amiloide associata alla malattia di Alzheimer. Si è trattato del primo dispositivo diagnostico in vitro basato sul sangue autorizzato dalla FDA con questa finalità. (5) È un passaggio storico per la medicina di laboratorio.

Ma proprio questa storia mostra anche perché l’innovazione diagnostica debba essere accompagnata da un controllo rigoroso delle performance. Nel dicembre 2025 il produttore ha infatti avviato un’azione correttiva su alcuni lotti del test. La FDA ha classificato l’evento come Class 2 recall, segnalando il rischio di risultati inaccurati, con una maggiore frequenza di classificazioni positive o indeterminate e una specificità inferiore rispetto ai metodi di riferimento basati su liquido cerebrospinale o PET. La causa risultava ancora sotto indagine e la FDA ha indicato che i risultati devono essere interpretati insieme alle altre informazioni cliniche e diagnostiche. (6)

È un episodio che merita attenzione. La tecnologia può essere innovativa, il biomarcatore può avere prestazioni eccellenti e il test può aver superato una valutazione regolatoria. Tutto questo non elimina la necessità di sorvegliare continuamente la qualità del processo diagnostico.

E l’infermiere cosa c’entra?

La domanda potrebbe sembrare fuori tema. L’infermiere non stabilisce il cut-off della p-Tau, non valida il metodo analitico e non interpreta una PET amiloide. Ma può trovarsi all’inizio del percorso che porta a quel risultato. Il prelievo, l’identificazione del paziente, la corretta gestione della provetta e il rispetto delle procedure di raccolta fanno parte di quella fase preanalitica che può determinare la qualità dell’intero processo diagnostico.

C’è poi un secondo elemento, meno tecnico ma altrettanto importante. Con la diffusione dei biomarcatori ematici sarà sempre più frequente trovarsi a spiegare ai pazienti che cosa significhi un determinato risultato.

Un valore positivo non va presentato come una diagnosi isolata. Allo stesso modo, un risultato negativo deve essere interpretato nel contesto clinico e in relazione alle caratteristiche del test utilizzato.

Il laboratorio produce un’informazione. È il percorso clinico a trasformarla in una decisione. Per questo la formazione alla medicina di laboratorio non dovrebbe fermarsi alla corretta esecuzione del prelievo. Conoscere ciò che accade dopo significa comprendere il valore del campione che abbiamo raccolto, le informazioni che può fornire e i limiti che dobbiamo considerare quando quel risultato entra nella storia clinica di una persona.

Una nuova finestra sul cervello

La storia dei biomarcatori p-Tau racconta una trasformazione che va oltre l’Alzheimer. La medicina di laboratorio sta sviluppando strumenti capaci di ricavare da un campione periferico informazioni sempre più specifiche su processi patologici che interessano organi difficili da studiare direttamente.

La strada è ancora lunga. Servono standardizzazione dei metodi, validazione in popolazioni diverse, percorsi diagnostici condivisi e professionisti in grado di interpretare correttamente questi risultati. Ma il cambiamento è già iniziato.

Per un professionista di laboratorio, forse, la parte più affascinante è proprio questa: una provetta di sangue può contenere informazioni che fino a pochi anni fa potevamo ottenere soltanto attraverso procedure molto più complesse. E la sfida dei prossimi anni sarà trasformare questa possibilità tecnologica in un’informazione diagnostica realmente utile per il paziente.

Dott. Mattia Venarubea

Bibliografia

  • Jack CR Jr, Bennett DA, Blennow K, Carrillo MC, Dunn B, Haeberlein SB, et al. NIA-AA Research Framework: Toward a biological definition of Alzheimer’s disease. Alzheimers Dement. 2018;14(4):535-562. doi:10.1016/j.jalz.2018.02.018.
  • Therriault J, Brum WS, Trudel L, Macedo AC, Bitencourt FV, Martins-Pfeifer CC, et al. Blood phosphorylated tau for the diagnosis of Alzheimer’s disease: a systematic review and meta-analysis. Lancet Neurol. 2025;24(9):740-752. doi:10.1016/S1474-4422(25)00227-3. [Erratum published 2026;25(7).]
  • Palmqvist S, Warmenhoven N, Anastasi F, et al. Plasma phospho-tau217 for Alzheimer’s disease diagnosis in primary and secondary care using a fully automated platform. Nat Med. 2025;31(6):2036-2043. doi:10.1038/s41591-025-03622-w.
  • Palmqvist S, Whitson HE, Allen LA, et al. Alzheimer’s Association Clinical Practice Guideline on the use of blood-based biomarkers in the diagnostic workup of suspected Alzheimer’s disease within specialized care settings. Alzheimers Dement. 2025;21(7). doi:10.1002/alz.70535.
  • U.S. Food and Drug Administration. Lumipulse G pTau217/β-Amyloid 1-42 Plasma Ratio. 510(k) K242706. Silver Spring (MD): FDA; 2025 May 16.
  • U.S. Food and Drug Administration. Class 2 Device Recall: Lumipulse G pTau217/β-Amyloid 1-42 Plasma Ratio. Recall No. Z-1302-2026. Silver Spring (MD): FDA; 2026.

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