Il Dm 77 prevede quasi 20mila infermieri di famiglia e comunità, ma gli ultimi dati disponibili ne rilevano meno di 2mila. Abbiamo definito lo standard, costruito le strutture e lasciato indefiniti professione, formazione e carriera. Il territorio, almeno sulla carta, gode di ottima salute.
Le case della comunità sono aperte. Il Pnrr avanza, i target vengono raggiunti e le inaugurazioni continuano a regalarci fotografie rassicuranti. C’è soltanto un dettaglio: per farle funzionare servirebbero quasi 20mila infermieri di famiglia e comunità, mentre gli ultimi dati ministeriali disponibili ne censivano meno di 2mila. In fondo, dopo aver costruito le case, pretendere anche le persone rischierebbe di apparire eccessivamente organizzativo.
Il Dm 77/2022, regolamento che dovrebbe ridisegnare l’assistenza territoriale, stabilisce uno standard di un infermiere di famiglia o comunità ogni 3mila abitanti. Applicato alla popolazione italiana, significa un fabbisogno di 19.657 professionisti, dei quali oltre 11mila destinati alle case della comunità. I dati ministeriali riferiti alla fine del 2022 ne contavano 1.464, circa 1.920 considerando anche il personale impiegato a ore nelle strutture territoriali.
È necessario essere precisi: non possediamo una rilevazione nazionale aggiornata al 2026 e non possiamo affermare che oggi siano ancora esattamente 1.920. Ma proprio questa assenza costituisce parte del problema. Se l’infermiere di famiglia è una figura strategica della riforma territoriale, quante persone svolgono attualmente questa funzione? Con quali titoli? In quali aziende? Con quale rapporto tra popolazione, fragilità assistenziale e carico di lavoro? Una riforma nazionale dovrebbe almeno sapere quanti professionisti la stanno realizzando. Altrimenti più che un modello organizzativo abbiamo una speranza corredata da planimetrie.
Le linee di indirizzo pubblicate da Agenas nel luglio 2026 collocano l’infermiere nel nucleo stabile delle équipe delle case della comunità e descrivono l’infermiere di famiglia e comunità come un professionista formato nell’assistenza territoriale, nell’educazione sanitaria e nella gestione della cronicità. Il master di primo livello viene indicato come percorso preferenziale. Rimangono però irrisolte questioni tutt’altro che accademiche: quale formazione abilita realmente alla funzione? Il master costituisce un requisito o soltanto un titolo preferenziale? Come viene riconosciuta la competenza acquisita? Quale incarico, autonomia e progressione economica spettano al professionista?
La risposta, ancora una volta, cambia tra Regioni e aziende. C’è chi ha istituito percorsi dedicati, chi utilizza incarichi organizzativi o professionali e chi assegna infermieri al territorio senza una cornice uniforme. Il risultato è il consueto federalismo delle competenze: il titolo è nazionale, ma il suo valore dipende dal codice di avviamento postale. Un professionista investe in un master, sviluppa competenze avanzate e poi scopre che il riconoscimento effettivo varia secondo il territorio nel quale ha la fortuna, o la sfortuna, di lavorare.
La questione non riguarda soltanto gli infermieri. Senza professionisti capaci di intercettare fragilità, sostenere l’autocura, monitorare cronicità e coordinare la continuità assistenziale, le case della comunità rischiano di diventare nuovi contenitori delle stesse prestazioni frammentate. Il cittadino entra in una struttura appena costruita, ma continua a muoversi tra ambulatori, servizi sociali, medico di famiglia e ospedale senza una presa in carico realmente integrata. Abbiamo avvicinato gli edifici al territorio. Il percorso assistenziale, invece, può restare lontano.
L’infermiere di famiglia e comunità non deve essere ridotto all’infermiere che esegue prestazioni domiciliari su richiesta. Il suo valore risiede nella valutazione proattiva dei bisogni, nel case management, nell’educazione terapeutica, nella prevenzione delle riacutizzazioni e nel raccordo tra professionisti e servizi. Per renderlo concreto servono popolazioni assegnate, strumenti di valutazione, accesso condiviso ai dati, responsabilità definite e indicatori misurabili: accessi evitabili al pronto soccorso, riammissioni, aderenza terapeutica, continuità post-dimissione e capacità di mantenere la persona nel proprio contesto di vita.
Servono inoltre un piano pluriennale di reclutamento, una disciplina nazionale minima delle competenze e un sistema di carriera che riconosca formazione e risultati. Non si possono chiedere quasi 20mila professionisti avanzati continuando a offrire incarichi incerti, differenze regionali e percorsi formativi che non garantiscono un riconoscimento coerente. Se una funzione è essenziale per l’attuazione del Dm 77, non può dipendere esclusivamente dalla creatività delle singole aziende.
Il Pnrr ha dimostrato che l’Italia sa costruire strutture e rispettare scadenze. Ora dovrebbe dimostrare di saper organizzare servizi. Perché una casa della comunità aperta ma priva dell’équipe necessaria può essere contabilizzata come obiettivo raggiunto, fotografata e inaugurata. Per assistere davvero le persone, però, continua a servire quel dettaglio fastidioso chiamato personale.
Lo standard esiste, il fabbisogno è stato calcolato e la funzione viene definita strategica. Mancano professionisti, riconoscimento uniforme e programmazione. Abbiamo quindi costruito la casa, scritto il nome sulla porta e dimenticato chi dovrebbe abitarla. Ma sul cronoprogramma, fortunatamente, risulta tutto arredato.
Guido Gabriele Antonio
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