I software riconoscono rapidamente le occlusioni e accorciano i tempi della trombectomia. Ottimo. Ora bisognerebbe assicurarsi che dopo l’allarme esistano neurologi, radiologi, équipe e Stroke Unit capaci di intervenire.
Nell’ictus ischemico ogni minuto conta. L’intelligenza artificiale può analizzare rapidamente TC, angio-TC e immagini di perfusione, riconoscere una possibile occlusione di grosso vaso, calcolare parametri utili e allertare in tempo reale gli specialisti. Le evidenze indicano tempi più brevi e aumento dei pazienti sottoposti a trattamento. Finalmente una tecnologia che non serve soltanto a produrre slide per i convegni, ma può incidere davvero sul percorso clinico.
Uno studio pubblicato su JAMA Neurology, condotto su 243 pazienti trattati con trombectomia, aveva già rilevato una riduzione di 11 minuti nel tempo necessario per iniziare il trattamento dopo l’introduzione di un sistema automatico per il riconoscimento delle occlusioni. Una successiva valutazione pubblicata nel 2025 su The Lancet Digital Health ha associato l’impiego di questi software a una maggiore probabilità di accesso alla trombectomia.
Non significa che l’algoritmo abbia sostituito neurologi e neuroradiologi. Significa che ha ridotto passaggi, attese e telefonate: esattamente quelle attività nelle quali il sistema sanitario riesce spesso a perdere minuti preziosi con straordinaria efficienza.
L’intelligenza artificiale non cura l’ictus e non decide autonomamente chi sottoporre a trombectomia. Aiuta a riconoscere più rapidamente i pazienti potenzialmente eleggibili e porta contemporaneamente le informazioni alle persone che devono decidere. Il suo valore, quindi, non consiste soltanto nella capacità di leggere un’immagine, ma nel velocizzare l’intero percorso.
È un supporto alla decisione e al coordinamento. Una precisazione necessaria, perché ogni volta che compare l’intelligenza artificiale il dibattito si divide tra chi annuncia la sostituzione dell’essere umano entro martedì e chi considera pericoloso anche un foglio Excel.
Il problema è che installare un software non equivale a costruire una rete tempo-dipendente. L’algoritmo può segnalare l’occlusione in pochi minuti, ma se il paziente si trova in un ospedale privo di neuroradiologia interventistica, se il trasporto secondario tarda, se l’équipe non è disponibile durante la notte o se i professionisti devono ancora comunicare attraverso una catena di telefonate, il miracolo digitale termina molto rapidamente.
L’intelligenza artificiale può recuperare minuti nella lettura e nell’allerta. L’organizzazione può perderli di nuovo tra autorizzazioni, trasferimenti e carenze di personale. La tecnologia accelera. La burocrazia, per non sentirsi esclusa, frena.
Per questo i risultati non dipendono soltanto dall’accuratezza del software. Servono protocolli condivisi, responsabilità definite, integrazione con i sistemi informativi, formazione delle équipe e monitoraggio degli esiti. Bisogna misurare il tempo tra accesso, imaging, allerta, decisione, trasferimento e trattamento; verificare falsi positivi e falsi negativi; controllare quanti pazienti ricevono davvero la terapia e con quali risultati funzionali. Senza questi indicatori rischiamo di acquistare strumenti intelligenti e inserirli dentro processi organizzativamente poco brillanti.
In questo percorso anche l’assistenza infermieristica è decisiva: riconoscimento precoce dei segni, definizione dell’ultimo momento noto senza sintomi, attivazione del percorso, monitoraggio, accessi venosi, preparazione diagnostica, comunicazione con familiari e continuità dopo il trattamento. L’intelligenza artificiale può identificare una lesione nelle immagini, ma non sostituisce la sorveglianza clinica né coordina da sola il percorso della persona. Se non si investe contemporaneamente nelle competenze dei professionisti, il software rischia di diventare il dipendente meglio aggiornato di un’organizzazione rimasta indietro.
L’intelligenza artificiale contro l’ictus rappresenta quindi una possibilità concreta, non una favola tecnologica. Ma proprio perché funziona, obbliga il Ssn a confrontarsi con una verità poco comoda: molti ritardi non dipendono dalla medicina, ma da come abbiamo organizzato la medicina. L’algoritmo può riconoscere un’occlusione in pochi minuti. Per riconoscere le inefficienze del sistema, invece, non serviva alcuna intelligenza artificiale. Bastava guardare l’orologio.
Guido Gabriele Antonio
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