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Fa ancora notizia la nomina di un infermiere come Direttore Generale

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La nomina di un infermiere alla guida dell’ULSS 1 Dolomiti è una di quelle notizie che vengono immediatamente presentate come “storiche”. Ed è comprensibile.

Per anni la direzione generale delle aziende sanitarie è stata percepita come un ruolo quasi esclusivamente riservato a determinate figure professionali, mentre vedere un infermiere arrivare al vertice di un’azienda sanitaria rappresenta ancora un evento capace di attirare l’attenzione. Ma forse la riflessione più interessante non riguarda la persona nominata, né il suo curriculum, che sarà inevitabilmente oggetto di valutazione nel corso del mandato. La vera domanda è un’altra: perché nel 2026 continuiamo a considerare eccezionale che un infermiere possa dirigere un’azienda sanitaria? Se una notizia del genere suscita ancora sorpresa, probabilmente il problema non è nella nomina, ma nella cultura manageriale con cui continuiamo a leggere il Servizio sanitario nazionale.

Per troppo tempo abbiamo associato la leadership sanitaria al titolo professionale più che alle competenze manageriali.

È una semplificazione che ha accompagnato per anni il dibattito pubblico: se un’azienda sanitaria eroga prestazioni sanitarie, allora dovrebbe essere guidata necessariamente da una determinata categoria professionale. Eppure un Direttore Generale non è chiamato a fare diagnosi, prescrivere terapie o eseguire interventi chirurgici. Deve governare organizzazioni complesse, amministrare risorse pubbliche, programmare servizi, leggere dati epidemiologici, gestire personale, affrontare problemi economici, costruire reti territoriali e prendere decisioni che influenzano migliaia di professionisti e centinaia di migliaia di cittadini. Sono competenze che non appartengono automaticamente a una professione, ma che si costruiscono attraverso esperienza, formazione, capacità di leadership e visione strategica. Continuare a ragionare in termini di appartenenza professionale significa confondere il governo della sanità con l’esercizio di una professione sanitaria.

Questo, però, non significa sostenere che un infermiere debba diventare Direttore Generale perché infermiere.

Sarebbe un errore speculare. Sarebbe semplicemente sostituire una logica corporativa con un’altra. La sanità italiana non ha bisogno di più direttori generali infermieri, medici, farmacisti o amministrativi. Ha bisogno di direttori generali competenti. E proprio qui emerge un tema che raramente entra nel dibattito pubblico. Per anni abbiamo investito molto sulla formazione clinica delle professioni sanitarie e molto meno sulla costruzione di una vera cultura manageriale. Eppure il futuro del Servizio sanitario nazionale dipenderà sempre meno dalla capacità di introdurre nuove norme e sempre più dalla capacità di governare organizzazioni complesse. Il PNRR, il DM 77, le Case della Comunità, gli Ospedali di Comunità e la presa in carico della cronicità non falliranno per mancanza di documenti programmatici. Rischiano di fallire se chi li guida non saprà trasformare quelle norme in organizzazione, processi, integrazione tra professionisti e risultati misurabili.

La nomina di un infermiere alla guida di un’azienda sanitaria potrebbe allora essere letta in modo diverso.

Non come una vittoria di categoria, ma come il segnale di un cambiamento culturale. Perché un sistema sanitario maturo non dovrebbe chiedersi quale professione appartenga il Direttore Generale, ma se quella persona possieda le competenze per governare un’organizzazione pubblica complessa. Del resto, chiediamo continuamente agli infermieri di coordinare équipe multiprofessionali, di gestire percorsi assistenziali, di occuparsi di continuità delle cure, di valutare esiti, di fare case management, di contribuire alla programmazione dei servizi. Sarebbe curioso ritenere che tutte queste competenze siano utili fino a un certo livello e improvvisamente scompaiano quando si parla di governance aziendale.

Forse questa nomina offre un’opportunità anche per riflettere su un’altra questione.

In Italia siamo spesso abituati a discutere delle persone prima ancora che dei modelli organizzativi. Ci chiediamo se il singolo sarà all’altezza, mentre dedichiamo molta meno attenzione alle condizioni che permettono a un Direttore Generale di lavorare bene. Una buona governance non dipende soltanto da chi occupa l’ufficio più alto dell’azienda, ma dalla qualità del middle management, dalla capacità dei coordinatori, dalla collaborazione tra professionisti, dalla disponibilità di dati, dalla trasparenza delle decisioni e dalla continuità della programmazione. Nessun direttore, da solo, può cambiare un sistema se il sistema non è costruito per funzionare.

Ecco perché la notizia non dovrebbe essere che un infermiere è diventato Direttore Generale.

La vera notizia sarà capire se riuscirà a dimostrare che le competenze manageriali possono contare più dell’etichetta professionale. Se accadrà, avremo fatto un piccolo passo avanti non solo per l’infermieristica, ma per tutta la sanità italiana. Perché il giorno in cui una nomina del genere smetterà di fare notizia significherà che avremo finalmente imparato a scegliere i dirigenti per ciò che sanno fare, e non per il titolo che compare accanto al loro nome.

Guido Gabriele

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