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Rinnovo dei Contratti e sostenibilità di rette e DRG: una questione che riguarda anche l’autonomia regionale in sanità

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Rsa, chi paga la retta? Risponde la Cassazione
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Il decreto del ministero della Salute che aggiorna i DRG della riabilitazione ospedaliera rappresenta il punto di partenza di questa riflessione: dopo oltre un decennio, lo Stato riconosce che il costo di produzione delle prestazioni sanitarie è cambiato e che la sostenibilità del sistema richiede tariffe coerenti con questa evoluzione.

Se questo principio vale per l’ospedaliero, deve valere con la stessa forza anche per la rete territoriale accreditata – le strutture ex art. 26 della Legge n. 833 del 1978, le Rsa – dove il rinnovo dei Contratti collettivi (Aris e Aiop Rsa, fermi da quattordici anni; Aris e Aiop ospedalieri, fermi da otto) resta una rivendicazione giusta e non più rinviabile.

Oltre 300mila professionisti attendono un riconoscimento economico coerente con il lavoro che svolgono ogni giorno accanto alle persone più fragili. È comprensibile, del resto, come l’aumento dei costi di energia, acqua, riscaldamento e carburante pesi in modo severo su retribuzioni già modeste, rendendo quest’attesa ancora più difficile da sostenere.

Un sistema tariffario frammentato dall’autonomia regionale

La determinazione delle rette spetta alle Regioni: un assetto che ha prodotto, negli anni, un sistema disomogeneo, con alcune Regioni che hanno adeguato le tariffe ai costi reali e altre ferme al 2012. Dopo la pandemia, il costo di farmaci, dispositivi e materiali di consumo è cresciuto in modo sensibile, mentre gli standard assistenziali richiesti – assistenza infermieristica h24, oss h24, copertura medica h24, oltre a fisioterapista, logopedista e terapista occupazionale per diverse ore giornaliere – restano invariati a fronte di rette ferme da anni. Non si tratta di un’inefficienza gestionale, ma della conseguenza diretta di un sistema che non tiene più il passo con i costi reali.

Adeguare le rette non arricchisce le aziende: le fa vivere

È qui il punto centrale da chiarire, senza ambiguità: l’adeguamento delle rette e dei DRG non serve a far crescere i profitti delle aziende, ma a farle sopravvivere, mantenendo l’occupazione, la qualità dei servizi e la presenza sul territorio. Specialmente nelle aree interne, dove queste strutture sono spesso l’unico presidio sanitario e sociale disponibile per anziani e persone fragili.

Senza questo adeguamento, ogni rinnovo contrattuale rischia di tradursi, per molte strutture, in chiusure, cessioni o riduzione dei livelli occupazionali: un esito che danneggerebbe proprio i lavoratori e i cittadini più fragili. Le organizzazioni sindacali, nella legittima battaglia per il rinnovo dei contratti, dovrebbero tenere insieme questi due piani – la dignità salariale e la sostenibilità delle strutture che impiegano quei lavoratori –, perché sono interdipendenti: l’uno non regge senza l’altro.

Un appello alle istituzioni

Ma la responsabilità principale resta delle istituzioni. Non è più accettabile che un contratto collettivo resti fermo da quattordici anni. Su questo devono intervenire con urgenza la premier Giorgia Meloni, i presidenti delle Regioni, il ministro della Salute, Orazio Schillaci, e, quale massima garanzia costituzionale dei diritti dei lavoratori e della tutela della salute pubblica, il presidente della Repubblica.

Serve una cornice normativa che leghi stabilmente l’aggiornamento delle tariffe al sostegno del costo del lavoro, superando la logica dei provvedimenti episodici. Solo un intervento istituzionale coordinato potrà garantire, insieme, la dignità economica di chi lavora nella cura delle persone fragili e la tenuta di una rete accreditata che spesso rappresenta l’unico presidio socio-sanitario nei territori più fragili.

Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore infermieristico

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